venerdì 29 luglio 2011

Documento riassuntivo "la questione morale" riunione del 21 luglio

Riassunto della discussione di giovedì 21 luglio 2011

La questione morale. Dal privato al pubblico, dalle rappresentanze sindacali a quelle parlamentari. 
Un tema, a quanto pare, attualissimo ed irrisolto.

Il dibattito si è svolto proprio nella settimana in cui alla Camera ed al Senato è avvenuta la discussione sulla richiesta, da parte dei giudici, dell’arresto dei parlamentari Alfonso Papa (PdL) ed Alberto Tedesco (ex-PD, ora gruppo Misto), culminata con il voto favorevole all’arresto (decisiva la Lega) soltanto per il primo. Pertanto, l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla moralità dei Parlamentari che, per la verità, negli ultimi anni si sono distinti per un andazzo di pressapochismo da parte dei governanti e per una serie di reati molto gravi a danno dello Stato – dilapidato spudoratamente da politici e funzionari senza scrupoli – dimostrando che la lezione delle condanne comminate a politici e dirigenti aziendali negli anni novanta dai giudici di Mani Pulite non hanno sortito alcun effetto. Anzi, grazie alle intercettazioni telefoniche, sono stati scoperti ladrocini, corruttele ed abusi di potere compiuti disinvoltamente, senza alcuna precauzione, da parte di un esercito di indagati e di imputati ritenendosi, costoro, protetti da una corazza, da una specie di impunità ed intoccabilità, costruite attraverso leggi che li avrebbero tenuti al riparo da eventuali accuse emesse dalla Magistratura.
Gli attacchi continui ai magistrati effettuati dalla classe politica attraverso sfrontate minacce mediatiche, tendevano a ridimensionare il ruolo della Giustizia agli occhi della opinione pubblica, trasformando le incriminazioni per reati in fumus persecutionis, al fine di assicurarsi un consenso popolare che sarebbe servito alla stessa classe politica corrotta per garantirsi – in virtù della maggioranza parlamentare conquistata carpendo la buona (?) fede degli elettori – un paravento utile per farsi leggi speciali di autodifesa contro la Magistratura. Emblematico il comportamento del Guardasigilli che, invece di tutelare il ruolo della Magistratura, lo delegittimava a favore dei politici che facevano parte del suo stesso schieramento politico. Proprio giorni fa il Presidente della Repubblica stigmatizzava dinanzi ad una sala di giovani magistrati, in presenza di quel Guardasigilli, la necessità del rispetto da parte della politica del ruolo della Magistratura.
Ma, negli ultimi tempi, dalle piazze è esplosa la rabbia della gente che vedeva, nel dilagare della corruzione, un grande distacco della politica dai problemi reali del Paese.
La gente ha cominciato a rendersi conto che nel Paese esistono due mondi separati: un mondo di un milione di privilegiati che, in virtù della conquista di una carica politica, anche di poco conto, si alimenta dal seno di mamma Stato, pozzo senza fondo, per bagordare, per arricchirsi e per beneficiare di una serie di vantaggi persino banali, stupidi. Mentre c’è un altro mondo di 65 milioni di persone, che rappresenta la realtà del Paese fatta di gente senza un lavoro, precaria, abbandonata a se stessa, inascoltata, insieme ad altra operosa, inserita, onesta, che lotta quotidianamente per condurre una vita dignitosa ma che è colpita, tartassata, disturbata continuamente dal potere politico per sostenere altri sacrifici con manovre finanziarie dall’entità incerta, che toglie dalle tasche degli italiani altro denaro.
Sulla questione morale è venuto forte, in molti interventi, il disgusto nel verificare che nell’ultima manovra non sia stato tagliato alcun privilegio goduto dalla classe politica, quasi come una sfida, un affronto, per far capire che loro fanno parte di un altro mondo per cui non sono coinvolgibili nella crisi dell’Italia.
In più riprese sono state riportate, dai forumnauti, frasi di Enrico Berlinguer, di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, che battevano il tasto sulla deprecabile questione morale dei politici. La corruzione, il voto di
scambio fra elettore ed eletto, la connivenza fra politica e affari, l’abbinamento fra il ricoprire contemporaneamente un ruolo politico ed una carica aziendale, i conflitti di interesse, hanno tenuto banco negli scambi di opinione e, fra i rimedi da adottare, emergeva quasi sempre l’esigenza di restituire alla Magistratura il peso che le spetta per diritto costituzionale perché – senza un organo istituzionale investito del compito di controllore e giudice del buon funzionamento della società civile e della cosa pubblica – la questione morale trascinerebbe l’intero Paese verso la deriva di una anarchia completa, con l’occupazione dell’intero territorio da parte di delinquenza comune ed organizzata.
Per il gruppo del Coperchio è’ importante che si ritorni con fermezza al ripristino della legalità ed al rispetto delle regole, dei doveri, delle responsabilità e dei ruoli che ognuno riveste. E, per dare una svolta concreta
della volontà di cambiare, è necessario che – in primis – sia proprio la classe politica a dare il segnale ed a muoversi ridimensionandosi come numero (via le province, riduzione dei parlamentari), riducendo o eliminando i troppi privilegi di cui gode e, soprattutto, recuperando prestigio, dimostrando severità con se stessa, non concedendo alibi, attenuanti e protezioni a chi fra loro sbaglia commettendo dei reati.
Deve vigere il concetto che dinanzi alla legge spetti uguale trattamento sia se è si servi dello Stato nelle vesti di un semplice impiegato comunale che incassa una tangente di 1000 euro, sia se si incassa una tangente di 500 mila euro rivestendo una carica politica di prestigio.
La sensazione prevalente è che fra tutti i partiti dell’arco costituzionale ci sia una specie di omertà e di tacito consenso sulle vicende di corruzione, altrimenti non si spiegherebbe la blanda presa di posizione dei dirigenti dei partiti nell’accusare la questione morale. Nessun partito –sia esso di destra o sinistra – prende una posizione decisa di condanna perché teme (o sa) che anche all’interno del proprio partito c’è chi ci marcia. E ci marcia anche perché allo stesso partito arriva una porzione di quelle illecite “donazioni”. L’elettore è sconcertato e sconfortato nel non potersi riconoscere in un partito che abbia il crisma dell’onestà.
Prima c'erano i partiti che, in un certo senso, facevano da filtro per la scelta di chi poi doveva rappresentarci politicamente, oppure, se volete, si faceva carriera prima nel partito e poi negli apparati dello Stato. Certamente quelli di oggi non si possono chiamare partiti oppure non funzionano più come tali, per cui hanno perso del tutto le loro funzioni, tra cui quella di verificare l'onestà e la onorabilità di un proprio candidato. Molta gente è entrata in politica priva di qualità, pescata per capriccio o per “intuito” del segretario di partito, poi rivelatisi catastrofici per il risultato squallido della scelta.
Nel dibattito si è cercato di dare un significato a – cosa è “morale” – ed è venuta fuori una serie di morali, a seconda delle culture, delle abitudini, delle persone. Essenzialmente è il decadimento dell'uomo che ha trasformato la sua intelligenza in astuzia per fini deleteri riducendosi ad individuo ignobile, ipocrita e calcolatore. Pertanto, chi volesse ottenere una qual si voglia carica pubblica dovrebbe imparare a conoscere non solo le regole da rispettare ma anche i comportamenti che dovrebbe evitare di intraprendere.
Il neo eletto, singolarmente preso, pur avendo buoni principi, si sente accerchiato e messo in minoranza dalla cosiddetta Casta, che fagocita a sé il nuovo arrivato e lo inserisce nel giro di meccanismi degenerati della politica, pena il suo isolamento, l’emarginazione. In breve tempo si convince che, se vuol durare a lungo in politica, non gli converrà applicare i suoi principi morali. Sarebbe una mosca bianca. Se così fan tutti, se la logica è quella, la responsabilità, la moralità e la correttezza del singolo cominciano a vacillare. Se però il neo parlamentare, oltre che a disporre di sani principi morali, disponesse di qualità intrinseche, di carisma, allora sì che potrebbe aprirsi una breccia nel maleodorante sistema politico. Il buon politico, dunque, è colui che non si fa coinvolgere dalle logiche del potere, ma si muove perseguendo interessi comuni della collettività.
Se la rappresentanza non rispecchia esattamente le istanze dei rappresentati si forma una distorsione che esclude "una voce" che non ha altro modo per essere ascoltata dalle istituzioni. Gli interessi personali dei rappresentanti, quindi, portano a spegnere voci ed istanze che non verranno mai ascoltate e non entreranno, così, nelle scelte democratiche. Invece, ciò che sconvolge è che sta avvenendo una mutazione genetica per cui "io ti mando in Parlamento esclusivamente per farti gli affari tuoi e farmi fare in silenzio i miei".
Occorre quindi re-incominciare dai fondamentali educando anche gli stessi elettori ad assumere comportamenti moralmente corretti. L’individuo che si candida per intraprendere una carriera politica (in fondo, di carriera si tratta in quanto la sua speranza è di restarci a lungo) già sa in partenza che sta per entrare in un mondo di compromessi, di favori, di promesse, di do ut des, e, per il fatto che si sente chiedere favori dai suoi potenziali elettori, già capisce che, se eletto, è legittimato dai suoi stessi elettori a muoversi in modo non certo ineccepibile perché se per avere un voto gli ha promesso un posto di lavoro, dopo gli toccherà andare a bussare alla porta di qualche imprenditore per farlo assumere in cambio di una licenza edilizia o di un appalto gonfiato nel prezzo. Allargando a 100-200 persone l’assunzione per raccomandazione, il politico è portato a creare, ad inventarsi enti inutili, posti fasulli, a scapito dello Stato che si accollerà l’onere delle retribuzioni e del mantenimento dell’ente inutile. Vigendo tale logica, la questione morale si volatilizza nelle nebbie della tolleranza al punto che al politico va riconosciuta la sensibilità d’aver compiuto un’opera di bene creando posti di lavoro per il sostentamento nella legalità di centinaia che altrimenti sarebbe stata costretta a rivolgersi alla mafia, alla camorra o alla ndrangheta.
Della questione morale fa parte anche il metodo della raccomandazione con busta allegata. Un sistema di potere politico molto in uso – al sud come al nord – che si è esteso a tal punto che è diventato un passaggio quasi obbligato non solo per ottenere un posto di lavoro, ma anche per superare un esame universitario o per ottenere un posto letto per un intervento chirurgico in un ospedale oppure per convincere un impiegato dell’Ufficio tecnico comunale a farsi rilasciare un certificato di abitabilità o il permesso per un passo carrabile. Un andazzo ormai così ramificato che è quasi impossibile smantellare se non c’è una presa di coscienza unanime della collettività. Ma finché ci sarà una classe politica corrotta, che puzza dalla testa, non partirà mai una coscienza comune di civiltà, fatta di legalità, di diritti e di doveri.
C’è poi la questione morale che tocca il cittadino nella sua vita privata e che non subisce la ritorsione politica. E qui il discorso si allarga ai sentimenti, alla sfera affettiva (tradimenti nel matrimonio), alla religione (abusi di pedofilia su ragazzini che frequentano il catechismo), al lavoro (comportamenti scorretti per una promozione), alla produzione e vendita di prodotti scadenti, tossici, all’invenzione di una calunnia per rovinare una persona rispettabile, ecc.
Visto che dall’alto non ci si sposta nemmeno di un millimetro, è necessario che la pressione al cambiamento venga dal basso. Tutti quei movimenti che sono nati attraverso il web e che sono sensibili ai valori della vita sociale e politica devono cercare di incontrarsi e di trovare la forza per sbalzare dai loro posti tutti quei personaggi scomodi che impediscono di respirare un’aria sana. Una riforma elettorale che ridia la possibilità di votare un candidato conosciuto per serietà e per sani principi morali, scavalcando le logiche partitiche. Inoltre vanno puniti tutti quei partiti che hanno dimostrato di non aver saputo gestire al loro interno la questione morale. Certo, è più facile che gli scandali scoppino all’interno dei grandi partiti, ma se scoppiano proprio fra coloro che si ritengono al di sopra di ogni sospetto, da chi svolge compiti di “braccio destro” del ministro o del segretario di partito, allora c’è da nutrire forti dubbi che “quel partito” della questione morale faccia realmente una questione di principio, un punto cardine. Un minimo di dubbio non può non nascere anche nei confronti di chi di quel braccio destro fa una parte del proprio corpo.
Una volta la politica era una cosa bella, ora è diventata una cosa belva.
Riportiamola nel giusto alveo scegliendo esclusivamente candidati che abbiamo conosciuto personalmente, che hanno combattuto insieme a noi nelle piazze, che al momento del voto non offrono cene e regali e, soprattutto, che non sia l’elettore a chiedere a lui “Non ti scordar di me”.

Il coperchio

lunedì 25 luglio 2011

Lettera "sgomento"

Lo sgomento per i fatti di Oslo,
quello per la bimba di 5 anni violentata da adolescenti in Puglia,
per la morte di una rock star tanto giovane, ma già' cosi' alienata...
Lo sgomento non ci lascia tregua e continuamente attacca i nostri cuori, addolorandoli:
è come se ogni volta scoprissimo una parte dell'umanità' che ancora ci era sfuggita...
Certi fatti ci sorprendono, lasciandoci senza fiato, ci inducono a pensare...
Poi, quasi automaticamente, saremmo spinti a rimuovere ed accantonare certe sofferenze.
Cosi', la volta successiva, saremo ancora assaliti da una sorpresa amara e stringente.
La verità' e' che facciamo noi stessi fatica a confrontarci con un mondo cosi' esasperato ed esacerbante e che ci aiutiamo come possiamo, facendo scattare ogni volta una sorta di autodifesa;
che quasi sicuramente non si configura come superficialità', ma semplicemente come istinto di sopravvivenza...
Molti di noi si sforzano di pensare e di agire positivo, ma in una situazione complessiva cosi' intricata e problematica abbiamo spesso la sensazione che la situazione ci stia sfuggendo di mano,
che l' umanità' si stia incamminando su una strada senza ritorno...
Cosi', a volte, ci sorprendiamo a fingere di non ricordare, di non accorgerci di cio' che ci e' accaduto intorno...anche un mese prima...
Eppure, certe situazioni, apparentemente rimosse, rimangono stratificate in noi e stanno li', a fiaccare i nostri reali intenti...
Quello che vorremmo e' poter credere ancora in certi valori, in certe scelte, in certi percorsi di vita, invece, a volte, ci sentiamo stanchi, anzi, stanchissimi: delle complessità' che colorano il vivere sociale, della poca linearità' che popola questo mondo...
Siamo stanchi di doverci nascondere per difendere le nostre sensibilità', di non vedere reali vie d'uscita...
Se ci allontaniamo, appena, dal giardino di casa - e a volte anche in quello stesso giardino - scopriamo una realtà fatta di spigoli , di asperità' , di lati enigmatici...
Una realtà di cui spesso aver paura, e con la quale dobbiamo, invece e giocoforza, convivere...usando - nostro malgrado - gli stratagemmi della mente, sforzandoci, ancora una volta, di sentirci positivi....
Ida

Lettera "Il Pidocchio Azzoppato"

Il Pidocchio azzoppato
Mi ero alzato molto presto perché avevo intenzione di irrorare prima del sorgere del sole un insetticida sulle piante del mio giardino che erano state dagli afidi infestate (per loro era una festa mangiare alla sgroscia). Chiamarli afidi è come volergli fare un complimento o farli sentire importanti, in realtà sono dei volgari pidocchi o zecche che si nutrono succhiando la linfa delle tenere foglie. Tra l’altro quei maledetti pidocchi producono una materia zuccherina che attira eserciti di odiose formiche che saranno pure delle grandi lavoratrici ma rompono proprio le scatole con quel loro andare e tornare.
Avevo riempito l’irroratore da 5 litri con acqua e Confidor e mi accingevo a spruzzare il micidiale veleno sulle foglie sperando di vedere quei mostruosi pidocchi cadere stecchiti sul terreno per sempre quando ad un certo punto ho cominciato a tossire e ad avere bruciore agli occhi. Evidentemente il veleno anziché fare fuori i pidocchi stava facendo fuori me perché mi ero messo controvento. Oppure i pidocchi stessi disponevano di qualche arma di difesa che lanciavano a mia insaputa oppure s’erano dotati di una corazza speciale perché non mi pareva che stessero morendo.
Mentre spruzzavo l’insetticida con rabbia, riflettevo a quanto fosse complicata la vita. Come possiamo liberarci di tanti politici che si sono attaccati, appiccicati, alle poltrone del potere come delle zecche se non siamo in grado di liberarci da dei semplici pidocchi nemmeno con un micidiale veleno? Per loro, i politici, altro che 5 litri di veleno, ci vorrebbero delle autobotti con rimorchio per farli fuori tutti. Ma lasciamo stare la politica, non confondiamo gli animali con i parassiti, dove per parassita s’intende colui che vive e vegeta alla faccia degli altri che lavorano per lui. Tra il pidocchio ed il politico, comunque, non saprei chi sia l’animale e chi il parassita.
Poiché vedevo che i pidocchi erano duri a morire, avevo pensato di usare il metodo della tortura. Con uno stecchino ho afferrato un pidocchio con la barba rossiccia e gli occhi porcini e l’ho interrogato. Ma quello non aveva voglia di parlare, allora ho preso una zampa e gliel’ho spezzata, tanto ne aveva tante di zampe, una più una meno non avrebbe fatto differenza per un roditore. Ha cominciato a parlare dopo la mutilazione della seconda zampa dicendo che non è colpa loro se sono stati creati per fare i pidocchiosi e dare fastidio alle piante: “Voi non uccidete greggi di pecore per festeggiare la Pasqua ?” mi ha risposto.
Non mi sembrava un fesso quel pidocchio, probabilmente mi era capitato un pidocchio intelligente, forse dirigente di un partito, un Pidocchio.
A quel punto non mi era dispiaciuto d’avergli spezzato un paio di zampe perché dai suoi occhi si vedeva che era un ladro e furbacchione per cui immaginarlo zoppicante per il resto dei suoi giorni mi faceva addirittura piacere. Comunque, visto che si era rotto il ghiaccio fra me e lui, gli ho chiesto se lui e i suoi amici potessero andare a romper le uova altrove anziché invadere le mie piante. Il piddocchio, dagli occhi penati, è stato onesto e mi ha spiegato che le piante del mio giardino sono appetibili perché io le curo ed uso un ottimo concime che le rende saporite.
Allora io l’ho minacciato che avrei sradicato tutta la siepe compresa la quercia e l’avrei bruciata cospargendola di benzina. Mi ha dato una risposta che mi ha tagliato le gambe: “Voi esseri umani sapete usare la forza soltanto con i deboli perché madre natura vi ha dotati di una intelligenza superiore, ma la utilizzate male perché cercate di ottenere tutto anche le cose che non servono a nulla. Per esempio, il vostro Parlamento è pieno di parassiti perché il Parlamento è una pianta organica piena di privilegi molto appetibile. Se uccidete quei parassiti altri prenderanno il loro posto. Se non eliminerete tutti quei privilegi non eliminerete quei parassiti”.
Non so’ cosa c’entrasse il Parlamento con tutto il discorso che stavamo facendo, una cosa è certa: quel pidocchio capiva anche di politica. L’ho lasciato andare, il pidocchio zoppicando ha raggiunto un ramo del Parlamento ed ha cominciato a succhiare lo zucchero filato che traspariva dalla calza a rete di una ex-velina.
Salva Tores

domenica 24 luglio 2011

Il Futuro del Passato

Il futuro del passato
È vero che noi e la nostra società è il risultato di decisioni prese nel passato, ed è anche vero che, noi, non ci saremmo comportati diversamente da chi ci ha preceduti nel prendere determinate decisioni.
La morale è labile almeno quanto lo è il nostro animo; lo dimostra, apertamente, il fatto che la morale vigente in tempi passati in molti casi non è più la morale in cui viviamo tuttora, e non lo sarà in futuro, e non è azzardato ammettere che non ci troveremmo a nostro agio con una morale del 1960.
Addurre ragioni, più o meno, plausibili, per una dato comportamento, ci svia inevitabilmente dalle vere ragioni che dettano determinati comportamenti.
La morale non è un totem, su cui fare affidamento, la chiave di lettura è difficile quanto lo sono determinate regole da seguire.
Prestabilire le regole per una società giusta e consapevole è difficile, il nostro spirito, molto spesso, si ribella alle regole dettate dalla morale, possiamo non seguirle, tutto è possibile, ma incorreremmo nelle punizioni che queste regole, una volta trasgredite, impongono.
Dire: questo è giusto, questo è sbagliato, a volte, nasconde cose che noi non c’immaginiamo lontanamente.
Il dizionario dice che “morale”, comprende tutto ciò che riguarda lo spirito e il sentimento in contrapposizione a ciò che riguarda la materia e i valori economici.
È la morale che detta le regole della democrazia? O, è la democrazia che con la sua liberta che detta le regole morali che sfociano nelle necessità che questa esige per la sua sopravvivenza?
Distinti saluti.
Cadog

"Strane Storie" a scuola...

Se mi permettete, vi voglio raccontare ‘na storia; una, che voi dicete che sono strane, ma che a me mi sembra che so normali, che se poi mi devo mettere a pensare che la storie strane mi succedono soltant’a me, e io so sicuro che so normali, mi facete venire il pensiero che non so normale io o che no’ state tanto a posto voi.
Mo, se stava mia figlia, mi bloccava subbito, chè diceva “…papà, sei fatto proprio vecchio: sempre a dire le cose antiche….”. Ce l’ho cercato di spiegare che le storie so sempre antiche, ma nu’ capisce e si diverte a dire così…..Mi posso mai ‘ncazzà co’ mia figlia….
Chi già mi ho presentato, lo sa che tengo la terra, ma che so pure nu’ poco istruito , chè ho fatto le scuole alte e mi ho preso il diploma, che, dicevano li busciardi, poi, mi poteva servire, ma io lo sapevo che stavo buttando il tempo e i soldi, che non erano manco i miei. Fatto sta, che, vi debbo dire la verità, si no so busciardo pure io, mo faccio ‘na bella figura, chè i cafoni che stanno a confine co’ me, e pure più allontanati, mi vengono a fare le domande, chè loro non capiscono niente. Nemmeno che chi tiene le scuole no’ capisce com’a loro; e io non mi conviene che ce lo dico, chè mi fanno sentire ‘mportante, pure che mi ho dimenticato tutte cose…Mo è meglio che mi fermo , ca si no la storia non ve la dico più, che tengo sonno.
Fra tutte le cose che c’imparava il maestro, che io no’ capivo niente, quando si metteva a spiegare come si facevano i conti, e a me mi sembrava che capivo tutte cose, non lo sentivo mai quando diceva che, a casa, dovevamo fare l’esercizi e i problemi. Ma io il tempo no lo tenevo; e mi credevo che le cose l’ avevo capite.
Il maestro era bravo assai; solo che se lo diceva da solo, che era bravo, a me non mi sembrava ch’era tanto bravo.
Un giorno maledetto, che non me lo posso scordare nemmeno se campo mill’anni, mi ha chiamato, vieni a la lavagna, e m’ha fatto l’interrogazione. Oh, voi non ci potete credere. Non sapevo rispondere a niente. Eppure le cose le capivo più meglio e più prima dell’altri… “Tu non fai l’esercizi e i problemi”. Io non lo so chi ce l’aveva detto, ma teneva ragione. Si vedeva che mi avevo imparato la teoria, ma la pratica non tenevo tempo, chè in campagna stava sempre da fare…
“Visto che non sai rispondere a niente, ti faccio la più facile delle domande, tanto per non metterti zero spaccato sopr’il registro: quanto fanno 1+1 e 1x2 ?”.
Lo so che, mò, vi state mettend’a ridere tutti quanti; e pure a me, mi sembra che non è possibile che non ho saputo rispondere… Ma stavo confuso assai; non capivo niente più…..”Dipende…”, l’ho risposto io, chè mi ero ricordato che, come dicevano i grandi, era meglio che no dicevi niente, se non lo sapevi bene ed eri sicurissimo, e, proprio per questa motivazione, quasi sempre.
“Domani, vieni con tuo padre….”.
No vi voglio scuccià cò quello ch’è successo dopo…..
So passati l’anni; la vita mia se ne sta andando che non lo so come se ne sta andando. La fatica è stata assai; quelle cose che mi trovo me l’ho sudate che lo so solo io. E ho fatto l’esercizi e i problemi. Quanta cazz di problemi che ho dovuto fare. Sarà ch’è morto, mò, il maestro; se no, andavo e ce lo dicevo….
…E, secondo te, che non sapevo le cose, se ti ficco due cazzotti nella faccia è uguale a due cazzotti soli? O ti fai l’ospedale, co’ due?
E due carezze so’ come una carezza nu’ giorno e una la settimana dopo?
E se tengo due figli, tengo i stessi pensieri e ci vogliono i stessi soldi che tengono due che tengono a uno?
E se mi appaddo da due metri, mi faccio lo stesso danno che mi capita se mi appaddo due volte da un metro?
E se il dottore ha detto che mi devo prendere due pinoli, chè no mi sento bene, tengo la stessa salute di due che il dottore l’ha dato solo ‘na pinola?
E se tengo da campare solo un giorno, caccio la metà delle lacrime di chi ne tiene due?
E se, come quando me la fidavo ancora, uno fa l’amore due, tre volte a fila….è com’a uno che tre volte lo fa ‘na volta?
Povero maestro…chissà se l’ha capito, fin’alla fine; secondo me si, solo che non ci siamo visti più e non me l’ha potuto dire…che 1+1 fa veramente…..dipende…..

Contadino della sua terra

lunedì 18 luglio 2011

Lettera di Ida "Grazie Governo"

Grazie governo

perché ci fai sentire veramente protetti...
Perché sai rappresentare con equita' ogni classe sociale, dalla piu' debole alla piu' forte, senza mai fare distinzioni a favore dell'una o dell'altra...
Perché sai rinunciare ai tuoi privilegi di casta...
Perché la gente, a partire da queste ore, puo' acquistare farmaci senza spendere un centesimo di piu'...
Perché le strutture sanitarie funzionano e sono sempre meglio distribuite sul territorio...
Perché i lavoratori sono contenti delle loro buste paga, assolutamente proporzionate al costo della vita...
Perché i pensionati hanno l'imbarazzo della scelta quando vanno al super ed ogni volta pensano: mamma , qui la roba la regalano e che qualita'...
Perché le bollette sono sempre meno care e nessuno fa fatica a pagarle...
Perché le tue politiche sul lavoro e sull'immigrazione lasciano veramente a bocca aperta quanto ad equita' e lungimiranza....
Perché nelle citta', nei paesi, ovunque ci sentiamo sicuri di camminare, correre , sostare a qualsiasi ora del giorno e della notte...
Perché hai fatto della cultura e della tutela del territorio un tuo asse portante...
Perché hai saputo rifuggire dalle logiche di guerra...
Grazie governo per la tua onesta' e per la tua incorruttibilita'...
Mai e poi mai ci sogneremmo di pensare – anche solo in via presuntiva - che al tuo interno (e/o poco oltre!) si aggirino personaggi dai comportamenti, dai legami e dai trascorsi poco rassicuranti...
Grazie anche per la tua generosita' di quando pensi, ad esempio, alle ragazze madri ed alle famiglie che hanno al loro interno persone diversamente abili...
Grazie ancora perche' adesso sono i tedeschi a doverci indicare la strada da seguire...
Insomma, grazie per tutto quello che stai facendo per noi, in proprio e tramite i valorosi manager che sono tua diretta promanazione...
Il problema, pero', caro governo ...non so se l'hai capito...e' che quello che hai letto sinora e' solo un gioco...un amaro gioco!!!
Questa nazione e' allo sbando piu' totale e la tua scure si abbatte dappertutto tranne che dove dovrebbe davvero!!!
Le tue politiche sono inique e non tutelano di certo le fasce sociali e le situazioni che maggiormente lo meriterebbero!!!
E della tua moralita' (reale o presunta) ne vogliamo parlare.....????

VERGOGNATI GOVERNO !!!!!!!!!
Ida

domenica 17 luglio 2011

Intervista di E. Scalfari a E. Berlinguer (1981)

La questione morale è il prossimo argomento del dibattito nel gruppo Facebook "il Coperchio", è la questione fondamentale della nostra politica oggi (solo oggi?), partiamo da questa intervista del 1981...

Intervista a Enrico Berlinguer (La Repubblica 1981)

La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio...
...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.

La Repubblica», 28 luglio 1981

venerdì 15 luglio 2011

Documento riassuntivo della riunione del 7 luglio 2011

Tema della discussione di giovedì 7 luglio 2011:
Quali forme di aiuto dovrebbe mettere in campo lo Stato, a sostegno delle famiglie con disabili ed anziani non autosufficienti?
Il gruppo di discussione ha messo in evidenza, innanzi tutto, che i non autosufficienti devono essere percepiti dalla società in modo naturale, come una delle tante categorie sociali. Purtroppo ciò non avviene, tranne rari casi, a causa delle Istituzioni: incapaci di svolgere un ruolo pedagogico; di creare investimenti nel sociale per la creazione di strutture idonee alla formazione di personale specializzato.
Disabili cronici e anziani non autosufficienti sono componenti a tutti gli effetti della società, i primi devono la loro condizione alla sorte ( certe volte alla colpa dovuta ad incidenti od errori medici ), i secondi perché alla fine della loro vita.
Comunque sia entrambe le categorie hanno il diritto fondamentale di vedere soddisfatte le loro esigenze economiche e socio-culturali, che gli venga riconosciuto il completo rispetto di tali diritti e non, come spesso accade, resti tutto sulla carta dei buoni propositi.
In discussione, o sottoposta a severa verifica, è la capacità di ascolto dei cosiddetti ‘normali’, manca spesso, o troppo frequentemente, la cultura della ‘Diversità’, spesso vista con sospetto, paura, (atteggiamento questo che si riscontra spesso in tutte le manifestazioni di diversità: razza, religione, orientamento sessuale).
Fino a pochi decenni fa la cura di queste persone era affidata totalmente alle famiglie, nella fattispecie le madri, sorelle, figlie, quando non addirittura ai famigerati ospizi per lungodegenti, purtroppo in alcuni casi ancora esistenti, anche se adesso si chiamano ’case di cura’, ed il metodo non è cambiato granché. Lo stato latita nell’affrontare con lucidità il problema culturale del saper vivere con il ‘diverso’, accettarlo e integrarlo nella sua comunità di appartenenza.

La base di partenza per un’integrazione ottimale si ottiene solo con un buon inserimento scolastico del bambino disabile sin dai primissimi anni di vita. La legge che prevede tale inserimento risale ormai al 1975; è una buona legge, ma viene continuamente disattesa. Nei primi anni dalla sua entrata in vigore i bimbi che necessitavano di sostegno potevano contare su un’insegnante a questo preposto per tutto il loro percorso scolastico dell’obbligo, nella maggioranza dei casi ad orario pieno. Adesso, con i tagli delle cosiddette ‘riforme epocali’, sono pochissime le ore di integrazione vera e costruttiva a disposizione degli utenti, l’inserimento viene vissuto da molte famiglie e insegnanti come un fardello insostenibile per le classi, invece, se ben fatto, è molto utile, anche per i bambini sani, che fin dall’infanzia si possono confrontare con la diversità e conviverci tranquillamente per tutta la vita.
Molto difficile è pure l’inserimento nel mondo del lavoro, al termine del percorso scolastico, per la scarsità di progetti mirati, eppure sarebbero molte le persone in grado di svolgere qualche semplice mansione; l’assegno di invalidità, sommato a quello di accompagnamento - quest’ultimo viene assegnato solo a chi ha un’invalidità del 100% - ammonta ad appena circa 700 euro.
Da sottolineare la scarsità di informazioni alle famiglie che ospitano persone non autosufficienti: sull’offerta di servizi ed agevolazioni a disposizione, esenzioni, presidi medici, assistenza domiciliare. Una proposta semplicissima sarebbe poter affidare ai medici di base l’incarico di informare le famiglie sulle possibilità a loro disposizione.
Alla luce di questi fatti si potrebbe dire che è la società attuale a non essere in grado di convivere con anziani non autosufficienti e disabili.
Non il contrario!
L’assistenza ai disabili ed anziani non autosufficienti varia moltissimo da Regione a Regione: come sempre le Regioni del Sud Italia sono penalizzate rispetto al Nord, dove comunque l’offerta di servizi non è omogenea e capillare.
Le famiglie come sempre fanno del loro meglio, ma, soprattutto, quando si tratta di anziani malati, le donne sono spesso costrette a scegliere o dividersi tra lavoro fuori casa e cura della famiglia; per quanto, anche se da un punto di vista strettamente medico, riabilitativo e di medicina d’iniziativa, non mancano strutture di eccellenza, (in Toscana, Emilia, Piemonte , Lazio ed altre grandi Regioni), il tasto dolente è quello dell’assistenza alla persona.
Qui le famiglie si affidano soprattutto al ‘fai da te’ nella ricerca di badanti, fisioterapisti, infermieri; sono scarsissimi i progetti personalizzati, le comunità alloggio, le opportunità di socializzazione e svago.
Negli Stati Uniti e nel Nord Europa, dove l’Uomo è più al centro della politica, gli anziani sono considerati una risorsa e non un fastidio: si sono create piccole comunità nelle Città dove ognuno può vivere nella sua casa, con a disposizione assistenza fisica, psicologica e medica per 24 ore.
In Italia sono pochissimi gli esperimenti – forse nella sola Toscana - in tal senso o del genere.
Una ulteriore prova dell’inadeguatezza della risposta della nostra società.
Il dubbio, o forse la certezza, è che in Italia non si sia evoluto questo particolare aspetto della storia della nostra società civile, che i deboli non vengano considerati con la dovuta attenzione perché non fanno ’corpo elettorale, che non hanno voce in capitolo. Nessun partito prevede nei suoi programmi proposte di sostegno concrete e dettagliate, se non voci generiche di ’assistenza’
Non si tiene conto del fatto che in futuro ci saranno sempre più anziani non autosufficienti per l’aspettativa di vita più lunga: occorre quindi pensare anche alla qualità di questa vita; e sempre più bambini disabili, perché i progressi della medicina permettono di salvare molte vite alla nascita, ma anche in questo caso le condizioni di accoglienza adeguata non sono sufficienti.
In buona sostanza i provvedimenti utili e minimi che sarebbe buona cosa pretendere ed ottenere non sono poi molti:
-Assistenza medica totalmente a carico dello Stato (non tutte le categorie di disabili sono interamente esenti da ticket vari).
- Assistenza pubblica qualificata con personale adeguatamente remunerato: già ora il peso della buona assistenza si regge soprattutto sulla buona volontà dei singoli anziché sull’efficienza delle istituzioni.
- Trasporti efficienti e abolizione totale di tutte le barriere architettoniche.
- Controlli severissimi su abusi e infiltrazioni malavitose nelle commissioni medico-legali.
- Sburocratizzazione e snellimento delle pratiche necessarie all’accertamento dell’handicap.
- Possibilità di assistenza mista: parte in casa, parte in centri diurni e/o centri di riabilitazione fisica e Psico-motoria, allo scopo di mantenere alto e curato anche l’amor proprio delle persone.
-Sostegno psicologico alle famiglie che ne abbiano necessità.
- Ovviamente, assegni di pensione adeguati a poter condurre una vita almeno decorosa : A questo proposito è di questi giorni la notizia che la scure dei tagli a vanvera si abbatte anche sui non autosufficienti, tagliando le prestazioni assistenziali. Sappia questo vergognoso governo che le pensioni di invalidità civile non devono essere una sorta di elemosina, ma rappresentano una, sia pur minima, giusta forma di giustizia sociale.

La lunga ed articolata discussione ha messo in evidenza lo stato di estrema solitudine e desolazione delle famiglie con una persona non autosufficiente. Situazione indegna per un paese civile e vergognosa per il tempo attuale. La solitudine di uomini e donne, di 50-60 anni ed oltre, che si trovano a dover fare da genitore ad un proprio genitore: un ruolo contro-natura, straziante, e devastante per l’equilibrio emotivo; la solitudine di genitori della stessa età, che vedono le energie e la tenacia scemare, con figli adulti che non saranno mai in grado di volare fuori dal nido con le proprie ali…..
Si cita un’anziana madre di un ragazzo non autosufficiente:
“Spero che mio figlio muoia un giorno prima di me…. Così potrò piangere e ridere”

e

"Non esiste urlo

Più lacerante

Straziante

Di una madre

Che si chiede

Che ne sarà di lui

Che ne sarà di lui

E una madre

Avrebbe il diritto

Almeno

Di morire in pace"
(Lupo)


Il Coperchio

Lettera di Salva "Intrigo Internazionale"

Intrigo Internazionale
Giulio Tremonti era stato investito della prestigiosa carica di Ministro dell’Economia nel nuovo Governo formato da Berlusconi del 2008 in quanto in quel ruolo non poteva essere inserita una delle sue tante frequentatrici dei suoi salotti. Una cosa è il ministero delle pari opportunità o del turismo, altra cosa è il Tesoro, luogo sacro dove la parola Amore non c’entra un cazzo.
Il Ministero del Tesoro è destinato a chi ha più di un cervello, ad un Trecervelli per esempio, a chi s’intende di Finanza, di Economia, di Circolazione della Moneta, di PIL, di FMI, di Tasse, di Manovre Finanziarie, di gente insomma fatta di materia grigia, volgarmente detta Capacchiona o con le palle quadrate.
Berlusconi non sarebbe mai potuto diventare Ministro del Tesoro in quanto il suo amico confidente Giuliano Ferrara ha sempre detto che Berlusconi rappresenta degnamente il Popolo delle mutande e delle mollette, almeno così mi è parso d’aver capito dalle sue esternazioni. Se Berlusconi , anziché le mutande, avesse frequentato professori d’Economia e Finanza, avrebbe potuto persino svolgere ad interim il compito di Ministro di quel Dicastero, ma il più delle volte si è affidato a Giulio Tremonti anche se fra loro due non corra buon sangue. Tremonti è un tipo spavaldo, saccente, troppo sicuro di sé e se qualcuno si atteggia ad imitarlo, il minimo che gli possa capitare è di essere definito cretino davanti a tutti. L’ultimo a farne le spese è stato il povero Brunetta, sputtanato alla vigilia delle nozze davanti a tutti soprattutto davanti ai suoi nemici che sono i disoccupati, i precari e i dipendenti pubblici.
Voci di corridoio, ma rivenienti da squallidi gossip, raccontano che se non fosse stato per un contratto in esclusiva sottoscritto con il settimanale “Chi”, forse il matrimonio non si sarebbe più celebrato perché non è bello per una sposa portare sull’altare uno sposo etichettato come lo scemo del villaggio senza che l’interessato abbia fatto pubblicamente le sue rimostranze. Più o meno, la stessa cosa è successa in occasione del matrimonio regale fra il frequentatore di circhi a Montecarlo e la sua sposa che non ha mandato a monte il suo matrimonio dopo aver saputo di prole sparsa per il mondo in quanto vincolata ad una scrittura notarile. Ma non mischiamo le capre con i cavoli ed andiamo con ordine anche se alla fine tutto torna come la cavallina storna.
Il piccolo Brunetta pare però che, oltre alla fede nuziale, quella pubblica offesa se la sia legata al dito. Il saccente Tremonti, dopo quello “scemo” buttato in pubblica piazza ha visto all’improvviso scemare la sua fama di uomo tutto d’un pezzo.
Sino a qualche giorno fa i conti dell’Italia erano tutti a posto, messi in ordine ed in fila indiana nel Bilancio dello Stato. Altri economisti internazionali, più famosi di lui, avevano confermato quanto il prof. dott. docente Tremonti andava dicendo e lui mostrava orgoglioso i giudizi delle agenzie di reading e performance. Tutto a posto e tutto in ordine dunque ? No. All’improvviso, alle prime ore di un fatidico giorno, su tutte le pagine dei giornali appare la notizia in prima pagina che il braccio destro di Tremonti, Marco Milanese, deputato del PdL (e te pareva !), aveva dilapidato l’intero patrimonio dello Stato sino a provocare un buco di 70 miliardi di euro. I conti dello Stato non erano più in ordine e si richiedeva l’urgente ricorso ad una manovra finanziaria per lo stesso importo, pena la stessa fine della Grecia. La stessa Merkel aprendo l’orologio a cucù informava Berlusconi che bisognava mettere urgentemente una pezza in culo al Bilancio dello Stato.
La vendetta di Brunetta s’era compiuta ed il retroscena di come un cretino sia riuscito a scoprire il falso in bilancio nascosto da Tremonti non verrà mai a galla. Lo sposo Renato poteva tornare felice ed orgoglioso a frequentare il circo della politica mentre il Principe di Montecarlo poteva fare altrettanto con i nani e le ballerine dei circhi equestri.
Salva Tores

lunedì 11 luglio 2011

Lettera di Salva: "Giustizialismo alla Rovescion"

Giustizialismo alla Rovescion.
Di fronte ai tanti casi di corruzione che avvengono nel palazzi del potere e che la magistratura scopre al ritmo continuo di uno al giorno, concatenati l’uno all’altro a mo’ di effetto domino perché ci sono di mezzo sempre tangenti, ti prende il dubbio che forse ci sia un norma scritta che renda normale, lecito, il ladrocinio e che autorizzi faccendieri, politici e delinquenti a compierli purché la vittima colpita sia lo Stato e non il cittadino.
Se a pagare è lo Stato, non c’è problema, si può fare, si può rubare, tanto il furto sarà ripartito fra tutti i cittadini per cui il danno sarà irrilevante rispetto al grosso deficit che lo Stato ha per i debiti contratti nella gestione del Paese.
Oggi è entrato in auge la parola “onestà”, il “partito degli onesti”. Per quei cittadini come me che sono sensibili al concetto di onestà, gli scandali che sono emersi durante il governo Berlusconi e che hanno coinvolto ministri, sottosegretari, deputati, senatori, giudici, consiglieri, imprenditori, ecc., ti fanno sentire inerme per la sfrontatezza e per la sicurezza che ostentano quando sono scoperti. Ti trovi dinanzi ad un muro invalicabile perché sono loro che comandano, che dettano le regole mentre, i giudici che li perseguono sarebbero soltanto degli intralciatori, dei rompicoglioni.
Ti senti quasi rassegnato, spappolato,, roso dalla rabbia perché –ragionando, riflettendo- ti rendi conto che in fondo questi delinquenti incalliti, corrotti e corruttori, hanno conquistato il potere senza un colpo di mano, senza un golpe, sena i carri armati. Se per conquistare la democrazia ci sono voluti morti e distruzioni, per riconquistare il potere ed il malaffare non c’è voluto alcuno sforzo né il sacrificio di vite umane. E’ stato sufficiente delegare la gestione della cosa pubblica per via democratica con libere elezioni a gente senza scrupoli , camuffata da capacità imprenditoriali e dal sorriso accattivante, per farli entrare nelle stanze dei bottoni e farla da padrona. Lo Stato è stato affidato a dei predoni che in giacca e cravatta lo stanno distruggendo.
La standing ovation riservata dai simpatizzanti del PdL al neo-segretario Angelino Alfano allorché costui ha esclamato con tanta enfasi che anche per i giudici deve essere prevista una punizione quando sbagliano ad emettere una sentenza, ha ufficialmente aperto la stagione del”Giustizialismo alla Rovescion”, ossia non più giustizialismo nei confronti dei delinquenti della politica –già protetti da una sfilza di norme garantiste- ma nei confronti dei giudici. Ora è chiara la svolta che intende imprimere alla politica l’ormai ex-guardasigilli, il tutore ( la protesi) dei lodi a favore di Berlusconi. Mettendo in galera i giudici, finalmente i disonesti non saranno mai perseguitati e saranno sempre considerati onesti. Ed il popolo delle libertà si è alzato in piedi acclamando il nuovo corso di Alfano. C’è mancato soltanto il grido: “I giudici in galera !”.
Salva Tores

Lettera di Ida: "Tutti avremmo bisogno di sognare..."

Tutti avremmo bisogno di sognare...

I giovani ne avrebbero diritto a maggior ragione...!
Ma il mondo in cui si affacciano appare quanto mai torvo ed ingeneroso...ed il sogno spesso si spezza...
Studiare, cercare un lavoro, trovarlo...
Ma a quali condizioni , a costo di quali sacrifici...
Le famiglie, fulcro per anni della nostra società', hanno ormai l'affanno ed il benessere di un tempo si assottiglia giorno dopo giorno...
I giovani continuano a contare sulla famiglia d'origine e se ne staccano tardi ...forse mai, ma non per sciocche paure esistenziali (non sempre!)...
Il problema e' che con i loro stipendi (quando ci sono) difficilmente riuscirebbero a vivere dignitosamente...
E trascorrono ore ed ore nei call-center, nei negozi, negli uffici mal pagati e sfruttati...
Assolutamente non tutelati per quello che sarà ' il loro futuro...
Eppure stanno a questo gioco, con amarezza, perché' non intravvedono valide alternative al gioco stesso …
Nessuno sta fornendo loro valide alternative!
Vorrebbero viaggiare, comprarsi casa, metter su famiglia...
Ma con i soldi di chi...?
Le loro buste paga – scarne ed incerte – non rassicurano certo le banche ne' alcun altro...
Il loro – per certi versi – e' un vivere “alla giornata” , ingabbiati nell'eterno susseguirsi di illusioni a disillusioni...
Mi chiedo quanto questo sia sano ...quanto sia giusto...
Mi chiedo quanto sia lungimirante , da parte di uno stato, continuare a tartassare (in tutti i sensi) chi e' già' nel mondo del lavoro , anche allungando a dismisura le eta' pensionabili ( ah già', certe situazioni, in Europa, debbono essere gestite cosi'...), ed ignorando quasi assolutamente la “questione giovanile”...
Ed il “ricambio” che dovrebbe essere fisiologico ed auspicabile anche ne settore lavorativo...quello chi lo garantisce?
Le grosse aziende accedono – ove possono – al “fondo esuberi” mandando a casa – in via anticipata – molti lavoratori “stagionati”...
Ed intanto le nuove assunzioni restano bloccate...!
Ogni tanto si apre qualche “casellina”...Qualche neo-assunto qui, qualche altro lì...
Bisogna pero' capire chi siano realmente questi “neo-assunti”...
Ragazzi meritevoli ed in gamba o, piuttosto, figli, nipoti o chissà' dei “soliti noti”...?
Direi che anche in questo settore abbiamo toccato il fondo...!
Ed e' inutile che mi vengano a parlare della libera imprenditoria giovanile!
Per fare gli imprenditori ci vogliono capitali iniziali e non sempre ci sono ne' vengono concessi con agevolezza...
Inoltre, rendiamoci conto del periodo di crisi che stiamo attraversando...
Non si diventa imprenditori dall'oggi al domani...Gli uffici legali delle banche hanno gli scaffali pieni e potrebbero scrivere interi trattati sull'imprenditoria giovanile “non decollata”..!
Ieri riguardavo la lista mondiale delle remunerazioni ai parlamentari...
La guardavo con sdegno ...e pensavo a quanto mal investiti siano altrove, ma soprattutto da noi quei soldi (tantissimi, tra l'altro!)...
Ed intanto il nostro paese va alla deriva e con lui i sogni di chi vorrebbe fattivamente sentirsene parte, ma non può'...gli stanno tagliando le ali...
Ida

venerdì 8 luglio 2011

Lettera di Chef Lorenzo "diritto al fai da te"

IL DIRITTO AL FAI-DA-TE.

Noi Italiani abbiamo una risorsa che quando salta fuori viene fregiata della qualifica di “impensata” : quando le strutture e i personaggi preposti a svolgere funzioni orientate al bene collettivo non “funzionano”, allora prima di morire ricorriamo al “fai-da-te”. Cioè andiamo a surrogare quelle funzioni prive di “funzionari” con iniziative individuali, da semplici cittadini, facendo uso dei mezzi raccattabili. La successiva, immediata, rapida diffusione di queste iniziative, la loro “clonazione” in massa, sarà dovuta probabilmente ad un misto di fattori quali l’istinto gregario, lo spirito di emulazione, la condivisione dei pericoli e dei disagi, la paura e chissà cos’altro, ma comunque è certo che il fenomeno ha sicuramente luogo quando ci si accorge che il posto di guida è vuoto oppure occupato da un fantoccio.
E’ una situazione, insomma che fa piazza pulita di ogni disquisizione sulla liceità delle iniziative, la loro aderenza a leggi, regolamenti , usi e costumi. E’ la latitanza di chi avrebbe il compito di agire che produce automaticamente il diritto del singolo a provvedere da sé.

A pensarci, non sarebbe assurdo vedere in questa ottica il fenomeno della Resistenza: alla fuga dei Savoia e allo spappolamento delle Forze Armate, chi doveva difendere gli inermi dai nazi-fascisti? Inevitabile che alcuni soggetti, a cominciare da quelli aventi un grado di tolleranza alla violenza più basso della media o nullo, prendessero le armi e si avventurassero in primitive forme di brigantaggio, attirando via via nella stessa iniziativa altri soggetti, sino a diventare una forza armata capace di un contrasto militare sempre meno approssimativo.
Oggi mi pare che stia accadendo la stessa cosa in politica. Tra maggio e giugno la “gente” ha dato un doppio scossone ai partiti (doppio, non semplice, quindi non ascrivibile al caso!), con le Amministrative e con i referenda, nei quali peraltro la partecipazione – con tanto di prevalenza bulgara del risultato – è stata trasversale, dall’elettorato di sinistra a circa la metà dell’elettorato di destra.
Il messaggio ai politici è stato di una solarità impensabile: “Qui le cose vanno molto male e le riserve sono agli sgoccioli. Fate qualcosa”.
Nessun politico ha fatto mostra di volerlo raccogliere e farne una bandiera iniziando un’azione politica, quale che sia, proporzionale alla vastità e allo spessore del messaggio. Nessuno.
Come se aleggiasse un ordine di scuderia: “sopire…. lasciar esaurire l’onda….”.
Siamo perciò nello stato di assenza dei politici che facciano politica. Dedicare il Parlamento a tessere un mitico salvacondotto per il premier, nonché all’occupazione progressiva delle poltrone che garantiscono il possesso dei mezzi di comunicazione e dei centri di spesa, non è fare politica, è mangiarci sopra.
Questa latitanza ci dà diritto di fare politica, come possiamo, con quel che abbiamo.
Il popolo ha cominciato ad adattarsi a fare politica (i.e. occuparsi dei problemi reali dei cittadini) IN PROPRIO.
Lo strumento nuovo, la novità epocale è la disponibilità della RETE, che è lo strumento che ci fa passare da una società in cui gli elettori possono ciascuno sapere quanti la pensano come lui solo nel ristretto ambito famiglia-amici-lavoro, ad un a società in cui è normale sapere in tempo reale “quanti siamo” in tutto il Paese a nutrire determinate aspettative ben definite, scambiando informazioni e pareri IN TEMPO REALE. Una differenza come dalla notte eterna alla luce eterna.
Tanto è inutile: lo scossone, quantunque doppio, non li ha proprio smossi .
Perciò conviene continuare, magari aggregandoci senza regole preordinate in “gruppi di opinione”. Da cui saranno terrorizzati sotto elezioni.
A ben ritrovarla, Direttrice.
Chef Lorenzo

mercoledì 6 luglio 2011

Lettera di Chef Lorenzo "Perché no?"

Il riassunto del 23.6.11 mi ha fatto andare a riprendere un’ideuzza che aveva fatto capolino in una specie, come dire, di diario politico, che tengo da qualche anno, come pro-memoria personale. Chissà che non valga la pena di esporla (aggiornata all’oggi) in questo blog. Lo so che è quasi fuori tempo massimo, ma il riassuntodel 23.6.11 l’ho letto solo oggi. Facite vobis.

UNA PROSPETTIVA DEL TIPO “PERCHE’ NO?”

Sappiamo che lo status ideale, per un politico, è essere eletto mantenendo “le mani libere”, a prescindere, se necessario, dagli impegni presi con gli elettori.
Sembra quasi una contraddizione in termini. Guardiamoci più addentro.
Sappiamo ormai che solo il caimano si è presentato in politica (e continua tutt’oggi a presentarsi) non come fanno tutti i politici da quando esiste la democrazia elettiva (almeno 25 secoli,) cioè dicendo ”Questi sono i problemi di tutti. Queste le soluzioni che propongo. Se condividete, eleggetemi perché io possa attuarle”; bensì dicendo “Questo sono io. Vi piaccio? Se sì, eleggetemi ed io penserò a tutto: in primis, difenderci dallo Stato”. Tutti gli altri si propongono sempre come attuatori di una linea politica che mette in fila, cioè in ordine di priorità, i problemi che si ritiene debbano essere affrontati e le azioni da fare allo scopo di risolverli o attenuarli. Questa lista di chiama “programma”. E’ in nome del programma che mi viene chiesto il voto. Ma se poi l’eletto, in nome del principio del “senza vincolo di mandato”, si occupa di tutt’altro, non fa che tradire un impegno che ha con me sul piano ETICO: nel senso che sono obbligato, sì, ad accettare mio malgrado che non ci sia vincolo tra l’eletto e l’elettore (cioè che l’eletto possa, dal giorno dopo, buttarsi dietro le spalle il programma che mi ha convinto), però io ho la libertà e la facoltà di non esser più suo elettore. E se gli fosse possibile tenersi costantemente informato di come la vanno pensando gli elettori, credo che non gli dispiacerebbe.
Pertanto, trovo naturale auspicare e proporre, ove e quando possibile, che un partito si dia strutture e istituzioni interne atte a svolgere questa sorta di monitoraggio. Sarebbe anche nell’interesse dell’elettore, oltre che degli iscritti.
Ma un auspicio del genere va a cozzare, ça va sans dire, innanzitutto con le tendenze ad una illimitata… autonomia di molti componenti la nomenklatura (piani alti) di partito, di ogni partito. Come pretendere di demolire a capocciate le mura di Gerico.
E poi, siamo pratici: proviamo a mettere alla prova queste avanzate istituzioni interne immaginando di applicarle a ciò che accade oggi. Per esempio, la biforcazione delle strade della nostra Concita e del giornale che fu di Gramsci. Quale elettore del PD, quale iscritto, non ha ancor oggi almeno una domanda da porre al riguardo? E ancora: qualcuno riesce a pensare un modo credibile, praticabile, di avvalersi di queste strutture interne - quali che siano – per avere risposta? La prima obiezione che verrebbe dal partito sarebbe che è una questione tra la giornalista e il suo editore, quindi il partito non c’entra, quindi evitiamo per favore di pestare l’acqua nel mortaio, le questioni sono “ben altre”. Ettepareva…
Ed allora simili strutture e/o istituzioni devono essere ESTERNE ai partiti.
Possono iniziare anche come “circoli di opinione”, sparsi sul territorio, che si autorizzano da sé, senza vincoli, a porre quesiti ai partiti e a sviluppare dibattiti senza il placet dei partiti.
La novità epocale sarebbe che la rete fornisce tutti gli strumenti atti a far sì che i pensieri di ogni cittadino su un argomento di politica non costituiscano più una miriade di granelli di polvere che ignorano tutto gli uni degli altri, ma che comunicano invece tra loro, come le formiche, facendo emergere in tempo reale i denominatori comuni, il vero spauracchio dei nostri “condottieri”, dei quali paghiamo stipendi, fringe-benefits, prebende e vitalizi.
Voglio proprio vedere se la nomenklatura (non solo del PD) si permetterà il lusso di ignorarli, quesiti e critiche. Specialmente in vista dei confronti elettorali.
Si potrebbe obiettare che un monitoraggio del genere lo fanno già i giornali. Non esattamente, perché chi scrive sono opinion maker con nome e cognome e perciò è facile dire che si tratta di pareri personali di Tizio, che non rappresenta il popolo, infatti nessuno lo ha eletto. Sui circoli di opinione non si può applicare lo stesso arzigogolo, perché sono GRUPPI di elettori che COMUNICANO IN TEMPO REALE.

CONCLUSIONE.
Io dico che coperchio potrebbe essere - chi lo vieta? – il nucleo primordiale del primo di questi circoli d’opinione.
Se poi la divina Concita avesse l’idea meravigliosa di fondare - faccio per dire - un giornale interamente ed esclusivamente on-line, come vado sognando da quando s’è saputo della “separazione consensuale”, sarebbe come avere gli stivali delle sette leghe.
Chef Lorenzo.

martedì 5 luglio 2011

Intervista a Concita De Gregorio su "Periodismohumano"


Traduzione (approssimativa)
“La macchina politica di Berlusconi non serve più nel tempo di Internet”
Intervistiamo Concita De Gregorio, giornalista italiana che ha ricevuto il premio Libertà di espressione dell'Unione dei giornalisti valenzani, su l'Italia, Berlusconi, il macismo e le nuove vie di comunicazione, tra gli altri temi.

Concita De Gregorio, direttrice del quotidiano L'Unità fino al giugno scorso, è anche un'instancabile patrocinatrice dell'uguaglianza tra uomini e donne e non ha mai nascosto la sua opposizione alla politica di Silvio Berlusconi.
Trasmette forza, contagia energia. Concita De Gregorio non indugia ad affermare che "il 15 M (movimento degli indignati) è la cosa più importante che è accaduta in Europa dal dopoguerra. Siamo alla fine di un'epoca. In Spagna ed Italia abbiamo avuto dittature, c'è stata gente che è morta per una democrazia rappresentativa, con la quale cittadini come te, votano affinché qualcuno li rappresenti e lavori per il bene comune."
Laureata in Scienze Politiche nell'Università di Pisa, la De Gregorio si mise alla guida de L´Unità in maggio del 2008. Sotto la sua direzione, la linea editoriale del giornale italiano, tradizionalmente vincolato al Partito Comunista ed ora al suo referente il Partito Democratico, si impregnò in una denuncia attiva della corruzione italiana e in un'intensa lotta per i diritti dei giovani, degli immigranti e delle donne. La giornalista italiana si mostra orgogliosa di ciò, di avere contribuito a che le donne italiane uscissero nelle strade lo scorso 13 di febbraio per gridare "basta" "Le donne hanno detto basta e spiegano che non sono uscite prima non per mancanza di voglia ma per mancanza di tempo, perché non si discute che il lavoro materno appartiene loro."
Quel giorno più di un milione di italiani uscì per strada "contro Berlusconi e contro la passività della società berlusconiana." "Tanto la sinistra come la destra, in Italia per guadagnare il referendum deve ottenere il favore della metà più uno di chi ha diritto al voto, non dei votanti, votarono per mostrare la loro opinione sulle centrali nucleari, l'acqua pubblica e la legge del legittimo impedimento che serviva a Berlusconi per non presentarsi davanti ai tribunali. Quando l'opinione è richiesta per qualcosa di chiaro e forte, la gente vota." Ed aggiunge che "il tesoro nascosto della democrazia è sono quelli che non votano, quel terzo che si mostra indifferente. Quel tesoro si deve riscoprire."
La De Gregorio commenta che il sistema attuale è malato perché "i rappresentati non si sentono come tali per colpa di un sistema di leggi elettorali che ha continuato a cambiare per proteggere i politici. I partiti politici scelgono l'eletto, non i cittadini. Non abbiamo possibilità di scegliere chi vogliamo che ci rappresenti. È una classe politica molto debole, non ha la forza della rappresentanza di chi li ha eletti e possono essere corrotti con molta facilità, c'è il ricatto in mezzo."
Nonostante ciò, non crede che la democrazia diretta possa essere una forma di governo, "è impossibile" afferma. Bisogna trovare nuove leggi elettorali dove i partiti abbiano una parte ma siano solo uno degli individui. La realtà non è solo formata per partiti politici." Concita De Gregorio si mostra dura: "La classe politica non dipende dai partiti ma del consenso dei cittadini, è il modo di appropriarsi della democrazia diretta. La democrazia diretta è rivolgersi alla strada."
Di origine spagnola, sua madre è catalana, ancora ricorda quando viveva in Catalogna alla fine degli anni '60: "Nelle scuole e mercati non si poteva parlare catalano. Mio nonno parlava di nascosto e quando io stavo per parlare smetteva di farlo per proteggermi. Da bambina mi sembrava una lingua segreta." Per quel motivo confessa che quando gli dissero che il suo ultimo libro si sarebbe tradotto in spagnolo si rallegrò, ma che la vera emozione la sentì al sapere che si sarebbe tradotto anche in catalano. "È necessario tornare ad essere piccoli per crescere", commenta compiaciuta.
Un libro, "Una madre lo sa”, Ed. Tàndem che nacque con l'idea di smontare le idee prestabilite che ci sono sulla maternità: Ho avuto 4 figli, in quattro tappe differenti. L'istinto materno non ha a che vedere con la natura. Appartiene alla cultura, alle relazioni coi genitori, col mondo, alla propria situazione personale Crede che molte cose sarebbero differenti se si dicesse con chiarezza che sidevono capire le cose per cambiarle, "farle comprensibili per chi vive al tuo fianco. "È la consapevolezza, presa di coscienza, che diciamo in Italia", e spiega "tutti sappiamo ma tutti sappiamo di non sapere. La consapevolezza è all'origine della politica, stare nel mondo con la saggezza di chi ha qualcosa da dire e che quella è la sua carta."
Recentemente premiata con il premio "Libertà di espressione" dell'Unione dei giornalisti valenzani ha detto che indubbiamente con Internet si avvicina "l'inizio della fine del regime mediatico della televisione." Commenta che un esempio si è visto in Italia i referendum quando "la macchina politica di Berlusconi non è servita a niente. I video di satira politica che circolano per Internet sono più d'impatto ed influenti nella società pubblica che i giornali. La risata è rivoluzionaria. In Italia c'è un detto "una risata ti seppellirà". Il comico Beppe Grillo o il giornalista Marco Travaglio lavorano con l'ironia ma, per esempio, Grillo si mostra troppo arrabbiato. È più facile distruggere che costruire. Si ha bisogno di gente molto arrabbiata ma con molte idee, visi nuovi.
Un cambiamento nei mezzi di comunicazione che, a suo dire, andrà insieme ad un cambiamento politico: "La generazione politica attuale è molto vincolata alla televisione e sparirà. Ne verrà un'altra più democratica, connessa con la realtà." Una scommessa per la realtà che passa per lo stare al passo dei tempi. "La chirurgia estetica massiccia, l'eterna gioventù, colpisce anche politicamente in maniera molto profonda, perché se respingi il tempo che passa nel tuo viso, respingi la responsabilità delle azioni, le conseguenze e dopo non ti senti responsabile di niente. Ora Berlusconi ha i capelli ma ci fu un'epoca nella quale era calvo. Egli dice, e gli altri che è una forma di rispetto per gli altri, ma tutto è posticcio, è una trappola. Il futuro non ha senso se non c'è passato ed allora la politica smette di essere interessante." "Qualcuno sta preparando il futuro?", si domanda, "io credo di no, e questo ha molto a che vedere con il silicone."
De Gregorio processa senza mezzi termini l'arcaica moralità proposta con il berlusconismo: "In Italia si è ammesso un esempio politico di un uomo potente e ricco che è un modello degli anni 50 con molte donne che tacciono e fanno quello che vuole. Se ti pagano10.000 euro a notte e, invece, vedi che ragazze laureate guadagnano 400 euro al mese indubbiamente le tenta, pensano che possono risolversi la vita se si concedono ad un vecchio. Ma in quel modo ritorneremmo indietro di secoli. Di fronte alla prostituzione, un politico non dovrebbe scegliere le migliori prostitute ma trovare un'alternativa di vita."
Per Concita De Gregorio "essere buon cittadino non è non provare angoscia...è condividerla con gli altri." "Se non ci fosse luce non esisterebbe l'ombra, abbiamo bisogno dell'ombra. Abbiamo bisogno della paura per essere coraggiosi. Non si tratta di non avere paura, si tratta di averla e controllarla."
Quel marciume etico si combatte, secondo la De Gregorio, puntando molto sull'educazione pubblica: "È l'unica modo per lottare contro la politica di Silvio Berlusconi, che la gente ragioni con la propria testa. In Italia conosciamo molto bene la violenza, essere violento è una debolezza perché non si ricorre alla ragione, né al sentimento. Ma non è sufficiente. Abbiamo bisogno di un sguardo che somiglia allo sguardo delle donne. Collegare ragione e sentimento è il vero motore di tutte le evoluzioni e rivoluzioni.
Concita De Gregorio finisce la conversazione con la stessa forza con cui l'incominciò, celebrando il cambiamento che sta vivendo la società: Né Italia né Spagna sono il Dubai, non hanno petrolio né gas, abbiamo secoli di arte, di cultura e conoscenza. Indignavi perché abbiamo bisogno della vostra intelligenza."

Intervista in originale:

“La maquinaria política de Berlusconi no ha servido frente a Internet”
Entrevistamos a Concita de Gregorio, periodista italiana que ha recibido el premio Libertad de Expresión de la Unión de periodistas valencianos, sobre Italia, Berlusconi, el machismo y las nuevas vías de comunicación, entre otros asuntos.

Concita de Gregorio, directora del periódicoL’Unità hasta el pasado mes de junio, es también una incansable defensora de la igualdad entre hombres y mujeres, y que nunca ha ocultado su oposición a la política de Silvio Berlusconi.
Transmite fuerza, contagia energía. Concita de Gregorio no duda en afirmar que “el 15 M es la cosa más importante que ha pasado en Europa desde la posguerra. Estamos en el fin de una época. En España e Italia hemos tenido dictaduras, ha habido gente que ha muerto por una democracia representativa, en la que ciudadanos como tú, votais para que alguien te represente y trabaje por el bien común”.
Licenciada en Ciencias Políticas en la Universidad de Pisa, de Gregorio se puso al frente de L´Unità en mayo de 2008. Bajo su mando, la línea editorial del periódico italiano tradicionalmente vinculado con el Partido Comunista y ahora con su herededor, el Partido Demócratas de Izquierda, se impregnó de una denuncia activa de la corrupción italiana así como una intensa lucha por los derechos de los jóvenes, de los inmigrantes y de las mujeres. La periodista italiana se muestra orgullosa de ello, de haber contribuido a que las mujeres italianas salieran a la calle el pasado 13 de febrero para gritar “basta”. “Las mujeres han dicho basta ya, te explican que no han salido antes no por falta de ganas si no por falta de tiempo, porque no se discute que el trabajo maternal les pertenece”.
Ese día más de un millón de italianos salió a la calle “contra Berlusconi y contra la pasividad de la sociedad berlusconiana”. “Tanto la izquierda como la derecha (en Italia para ganar el referéndum se ha de conseguir el favor de la mitad más uno de los que tienen derecho a votar, no de los sufragios totales emitidos) votaron para mostrar su opinión sobre las centrales nucleares, el agua pública y la ley del legítimo impedimento a la que se acogía Berlusconi para no presentarse ante los tribunales. Cuando la opinión es para algo claro y fuerte, la gente vota”. Y añade que “el tesoro escondido de la democracia es los que no votan, ese tercio que se muestra indiferente. Ese tesoro se ha de descubrir”.
De Gregorio comenta que el sistema actual está muy enfermo porque “los representados no se sienten como tal por el sistema de leyes electorales que ha ido cambiando para proteger a los políticos. Los partidos políticos eligen al elegido, no los ciudadanos. No tenemos posibilidad de elegir quién queremos que nos represente. Es una clase política muy débil, no tiene la fuerza de la multitud y pueden ser corruptos con mucha facilidad, el chantaje está por medio”.
A pesar de ello, no cree que la democracia directa pueda ser una forma de gobierno,”es imposible” asevera. “Hay que encontrar nuevas leyes electorales, que los partidos tengan parte pero sólo sean uno de los sujetos. La realidad no está solo formada por partidos políticos”. Concita de Gregorio se muestra contundente: “La clase política depende de los partidos no del consenso de los ciudadanos, es una forma de apropiarse de la democracia directa. La democracia directa es ir a la calle.”.
De ascendencia española, su madre es catalana, todavía recuerda cuando vivía en Cataluña a finales de los años 60: “En los colegios y mercados no se podía hablar catalán. Mi abuelo hablaba a escondidas y cuando estaba yo paraba de hacerlo para protegerme. De niña me parecía un idioma secreto”. Por eso confiesa que cuando le dijeron que su último libro se había traducido al español se alegró, pero que la verdadera emoción la sintió al saber que se había traducido también al catalán. “Hace falta volver a ser pequeños para ser mayores”, comenta complacida.
Un libro ,“Una madre lo sabe” (Ed. Tàndem) que nació con la idea de desmontar las ideas preconcebida que hay sobre la maternidad: “He tenido 4 hijos, en cuatro etapas diferentes. El instinto maternal no tiene que ver con la naturaleza. Pertenece a la cultura, a las relaciones con los padres, con el mundo, a su situación personal…”. Cree que muchas cosas serían diferentes si se hablara con claridad, que hay que entender las cosas para cambiarlas, “hacerlas entendibles a quien vive al lado tuyo”. “Es la consapevolezza(toma de conciencia) que decimos en Italia”, y explica “todos los sabemos pero no todos sabemos que lo sabemos. La consapevolezza es el origen de la política, estar en el mundo con la sabiduría de que sí puedes, que tienes algo que decir, que ése es tu papel”.
La recientemente galardonada con el premio”Llibertad d´Expressió” por la Unió de Periodistes Valencians tiene muy claro que con Internet se acerca “el principio del fin del régimen mediático de la televisión” . Comenta que un ejemplo se ha visto en Italia con el pasado referéndum cuando “la maquinaria política de Berlusconi no ha servido para nada. Los videos de sátira política que circulan por Internet son más impactantes e influyentes en la sociedad pública que los periódicos. La risa es revolucionaria. En Italia hay un dicho “un sorriso sempre ti seppelisce”, (una sonrisa te va a enterrar). El cómico Beppe Grillo o el periodista Marco Travaglio trabajan con la ironía pero, por ejemplo, Grillo se muestra demasiado enfadado. Es mas fácil destrozar que construir. Se necesita gente muy enfadada pero con mucha ilusión, caras nuevas.”
Un cambio en los medios de comunicación que, a su entender, irá unido a un cambio político: “La generación política actual está muy vinculada a la televisión y va a desaparecer. Vendrá otra más democrática, conectada con la realidad”. Una apuesta por la realidad que pasa por aceptar el paso del tiempo. “La cirugía estética masiva, la eterna juventud, afecta también políticamente de una forma muy profunda, porque si rechazas el tiempo que pasa en tu cara, rechazas la responsabilidad de las acciones, las consecuencias y después no te sientes responsable de nada. Berlusconi ahora tiene pelo pero hubo una época en la que era calvo. Él dice, y los demás, que es una forma de respeto con los demás, pero todo es postizo, es una trampa. El futuro no tiene sentido si no hay pasado y entonces la política deja de ser interesante”. “¿Alguien está preparando el futuro?”, se pregunta, “yo creo que no, y esto tiene mucho que ver con la silicona”.
De Gregorio enjuicia sin tapujos los arcaicos morales impuestos por el berlusconismo: “En Italia se ha admitido un ejemplo político de un hombre muy poderoso y rico que es un modelo de los años 50 con muchas mujeres que callan y hacen lo que tú quieres de ellas. Si te pagan 10.000 euros cada noche y, en cambio, ves que chicas universitarias están cobrando solo 400 euros al mes… Claro que les tienta, piensan que se puede solucionar la vida si se acuestan con un viejo. Pero de esa forma volveríamos atrás en siglos. Frente a la prostitución, un político no tendría que elegir las mejores prostitutas si no encontrarles alternativas de vida”.
Para Concita de Gregorio “ser buen ciudadano no es no tener angustia… si no encontrar tu sitio, compartirlo con los demás”. “No existiría luz sino existiera la sombra, necesitamos la sombra. Necesitamos el miedo para ser valientes. No es no tener miedo, es tenerlo y controlarlo”.
Esa podredumbre ética se combate, según De Gregorio, con una firme apuesta por la educación pública: “Es la única forma de luchar contra la política de Silvio Berlusconi es que la gente tenga sus propios pensamientos. En Italia conocemos muy bien la violencia, ser violento es una debilidad porque no apela a la razón, ni al sentimiento. Pero no es suficiente. Necesitamos una mirada, que se parece a la mirada de las mujeres, que una ambas cosas.Conectar razón y sentimiento es el verdadero motor de todas las evoluciones y revoluciones.”
Concita de Gregorio acaba la conversación con la misma fuerza que la empezó, celebrando el cambio que está viviendo la sociedad: “ Ni Italia ni España son Dubai, no tienen petróleo ni gas, tenemos siglos de arte, de cultura y conocimiento. Indignáos porque necesitamos vuestra inteligencia”.

Lettera di "Homer" Leonardo

Marge....MAAARGEE!...Oh, stai dormendo...Scusa!....Ti faccio riaddormentare io: ti racconto un racconto....E' di prima dell'incidente alla testa.....quando funzionava ancora male....

Alla base della mia visione del mondo vi è una concezione vitalistica: la realtà tutta è vita, perpetuo movimento vitale, flusso continuo, incandescente, indistinto. Tutto ciò che assume forma distinta ed individuale, comincia a morire.

Questo mi porta ad avere una nuova e rivoluzionaria concezione dell'uomo: esso tende a fissarsi in una forma individuale, che lui stesso si sceglie, in una personalità che vuole coerente ed unitaria; questa, però, è solo un'illusione e scaturisce dal sentimento soggettivo che ha del mondo.

Inoltre gli altri con cui l'uomo vive, vedendolo ciascuno secondo la sua prospettiva particolare, gli assegnano determinate forme. Perciò mentre l'uomo crede di essere uno, per sé e per gli altri, in realtà è tanti individui diversi, a seconda di chi lo guarda.

Ciascuna di queste forme è una costruzione fittizia, una "maschera" che l'uomo s'impone e che gli impone il contesto sociale; sotto questa non c'è nessuno, c'è solo un fluire indistinto ed incoerente di stati in perenne trasformazione.

Ciò porta alla frantumazione dell'io, in un insieme di stati incoerenti, in continua trasformazione. La crisi dell'idea di identità e di persona è l'ultima tappa della crisi delle certezze che ha investito la civiltà.

La presa di coscienza di questa inconsistenza dell'io suscita sentimento di smarrimento e dolore. In primo luogo si prova angoscia ed orrore, seguiti dalla solitudine, quando ci si accorge di non essere nessuno; in secondo luogo si soffre per essere fissati dagli altri in forme in cui non ci si possono conoscere.

Vi è quindi un rifiuto delle forme della vita sociale, che impongono all'uomo "maschere" e parti fittizie. Innanzitutto viene criticata la famiglia. La seconda "trappola" è quella economica, la condizione sociale ed il lavoro; da quest'ultima non vi è alcuna via d'uscita storica: il pessimismo è totale. La società in quanto tale è da condannare, in quanto negazione del movimento vitale; per questo la mia critica è puramente negativa e non propone alternative.

L'unica via di relativa salvezza la fuga nell'irrazionale, oppure nella follia, che è lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale.

Ho inventato un nuovo personaggio: il "il forestiero della vita", colui che "ha capito il giuoco" e che perciò si isola, rifiutando di assumere la sua parte, ed osservando gli uomini imprigionati dalla "trappola" con un atteggiamento umoristico.

Se la realtà è in perpetuo divenire, essa non si può fissare in schemi e moduli d'ordine totalizzanti ed onnicomprensivi. Non solo, ma non esiste neanche una prospettiva privilegiata da cui osservare l'irreale, le prospettive possibili sono infinite e tutte equivalenti.

Ciò comporta un radicale relativismo conoscitivo: ognuno ha la sua verità, che nasce dal suo modo soggettivo di vedere le cose. Da ciò deriva un'inevitabile incomunicabilità tra gli uomini, dato che ciascuno fa riferimento alla realtà come gli appare, mentre non può sapere come sia per gli altri.

L'incomunicabilità accresce il senso di solitudine dell'uomo che scopre di essere nessuno.

In tale contesto, il dato caratterizzante dell'umorismo è il sentimento del contrario, che permette di cogliere il carattere molteplice e contradditorio della realtà e di vederla sotto diverse prospettive contemporaneamente. Inoltre accanto al comico è sempre presente il tragico, dal quale non può mai essere separato....

Marge....Aiuto, Marge!!!!!!!!!
Dammi un bacio....dimmi che mi vuoi bene....D'oh!...Ahi!...D'oh!....Ahi!!!!!!
"Homer" Leonardo

lunedì 4 luglio 2011

Lettera di Salva Tores "La macchina fotografica"

La macchina fotografica

Ieri, approfittando del mare agitato, per cui era pericoloso bagnarsi, e del vento che sollevava l’arena come se stesse per scatenarsi una lotta fra gladiatori, mi sono seduto in per territo su una spiaggina e mi sono messo a prendere il sale che mi arrivava dagli spruzzi delle onde magnetiche.
Sulla spiaggia non c’era nessuno per cui non ho testimoni, ma ad un certo punto è affiorato dal mare mosso, quindi è venuto un po’ sfocato, un cinese che poteva essere anche un coreano o un filippino tanto che quando si è avvicinato a me ed io gli ho detto “Qual buon vento ?” pensavo che mi rispondesse “La filippina”, invece scrollandosi l’acqua dal corpo come una foca mi ha proposto di acquistare una sua macchina fotografica speciale con videocamera allagata.
Mi ha spiegato a modo suo che è un prodotto cinese che riesce a scattare foto leggendo nel tuo pensiero. Cioè, se per esempio dovessi scattare una foto alla Mara Carfagna in abito da sposa, la macchina me la riprodurrebbe nuda a causa del mio cervello malizioso. Per me era una presa per i fondelli, ma siccome i cinesi riservano sempre delle sorprese, c’ho creduto come un fesso e l’ho comprata per 20 euro che corrispondono alle 40 mila lire di una volta. E’ stato in quel momento che ho pensato al Tremonti che ha inserito nella manovra finanziaria la decurtazione delle pensioni senza battere ciglio; noi pensionati spendiamo la nostra pensione per realizzare dei sogni stupidi come quello di vedere la Carfagna nuda o come quello di giocare al Superenalotto per far felici i nipoti che non arrivano perché i figli non si sposano più, meglio darli allo Stato i nostri soldi che sa come spenderli. Abbiamo visto come lo Stato sia bravo a predisporre una manovra da 47 miliardi di euro in quattro e quattr’otto prelevandoli dalle tasche degli italiani non rivestenti cariche politiche che si sarebbero potuti ridurre di 27 miliardi se non si fosse fatta la TAV in Val di Susa. Ma le cifre hanno perso di significato, non spaventano né i 47 miliardi, né i 94 miliardi se si volesse raddoppiare la manovra, ciò che spaventa il singolo cittadino sono i 20 euro al mese in meno sulla pensione e l’aumento del gas, luce e benzina.
Sono tornato a casa ed ho cominciato a pensare a come utilizzare la macchina fotografica. Ho visto in televisione le immagini degli incidenti per la TAV ed ho pensato al significato della parola “rivoluzione”. Se ci fosse stata soltanto la manifestazione pacifica delle famiglie con bandiere e palloncini, i telegiornali avrebbero parlato di una scampagnata all’aria aperta di 6.000 persone che hanno approfittato della bella giornata per distrarsi un po’. Tutto si sarebbe concluso al tramonto del sole ed i cantieri avrebbero ripreso il giorno dopo a scavare la fossa alla Val di Susa. Poiché la manifestazione si è trasformata in disordini violenti allora tutti i politici sono intervenuti condannando il comportamento dei rivoltosi che hanno osato ribellarsi alle decisioni prese dal Parlamento e dal Governo. Son vent’anni che in Italia si assiste ad una politica che si disinteressa dei problemi della gente e che pensa soltanto ad arraffare attraverso il ruolo politico che ricopre quante più ricchezze possibili. E’ inutile fare i nomi dei politici che siedono in Parlamento per curare i propri interessi, onorevoli deputati che cambiano giacchetta per farsi estinguere un mutuo o ministri che si ritrovano proprietari di casa soltanto perché quella casa l’avevano sognata a mezzanotte. Provate ad immaginare un pensionato che cambi giacchetta: hai voglia a sperare che il mutuo si estingua da solo, le rate le devi pagare sull’unghia una per una, mese per mese, semestre per semestre.
Ho preso la macchina fotografica ed ho scattato una foto in cielo, fra nuvolette e azzurro. Ho fatto per vedere il risultato e mi è apparsa la foto del cinese che mi aveva venduto la macchina e che con un sorriso beffardo mi diceva: “Avete voluto Berlusconi e quindi avete autorizzato gli imbroglioni a fregarvi le pensioni”.
Salva Tores

Lettera di Ida "Riflettevo su questa società..."

Riflettevo su questa societa'...

Su quello che oggi sia capace di esprimere...
L'immagine dei quattro poliziotti di Milano, mentre si accaniscono a manganellate, non riesce a cancellarsi dalla mia mente..
La violenza – in tutte le sue forme, inutilmente fine a se stessa - riempie spazi di cronaca e non solo..
Per strada, in famiglia...ovunque l'essere umano a volte - e sempre con piu' frequenza – non sa fare a meno di estrinsecare il proprio istinto animale...
Mi chiedo perche'...Mi interrogo sui reali motivi di questo atteggiamento e non so non pensare che alla base ci sia tanta insoddisfazione...Ci sia un malessere generalizzato, un senso di frustrazione profondo...
Una voglia di apparire, anche se nel male...
Ed anche i giovani non sono immuni da questa sensazione...
Anzi... la esercitano e la sviluppano anche giocando!
Non a caso i video-giochi piu' venduti sono proprio quelli piu' violenti...
E di fronte al milionario giro di affari che si incunea anche dentro questo settore, nessuno - o quasi – ha sinora pensato che sarebbe forse meglio vietarne (o quantomeno limitarne) la diffusione...
Cosi' continuiamo ad assistere – senza parole – a questa ridda di violenze su donne, uomini, anziani, bambini, disagiati, prostitute e ogni volta ci sentiamo sempre piu' piccoli ed impotenti...
L'infelicita' che esprime il nostro mondo credo sia arrivata a livelli inaccettabili...E l'alienazione va di pari passo con l'infelicita'...
Quell'alienazione che, a volte, conferisce agli esseri umani una sorta di status di invincibilita', un senso di onnipotenza , di estraneita' alle regole del vivere comune, anzi una voglia esasperata di aggredire e distruggere quelle regole...
Quell'alienazione che spesso fa sentire l'essere umano autorizzato a trasgredire ed a combattere il “mondo degli altri”...
Per distinguersi, anche se negativamente, dal resto del mondo appunto...
Fin tanto che la societa' nel suo complesso non si fara' carico di diffondere messaggi diversi...
Fin tanto che non si prendera' la briga di far capire che l'esistenza non puo' essere fondata su “ modelli esteriori” , ma che - anzi – bisognera' imparare a coltivare l'interiorita' in assoluto ed in relazione a coloro che ci circondano...
Fin tanto che la societa' stessa non vorra' aiutare l'individuo a sentirsi piu' forte (nel senso positivo del termine) di fronte a disagi economici , familiari ed, in senso lato, esistenziali la violenza sembrera' – per alcuni, per troppi ! – l'unica via d'uscita...
L'unica via d'uscita per sfuggire alla disperazione ed all'anonimato, l'unica via d'uscita per sentirsi finalmente ”qualcuno”...
L'unica via d'uscita per sfogare la rabbia interiore derivante dal sentirsi normali...troppo normali. e non vincenti!
Ida