mercoledì 30 novembre 2011

Il lavoro: precario, in nero, insicuro, sfruttato, che non c'è.

Il tema in discussione era il lavoro: precario, in nero, insicuro, sfruttato, che non c'è.

Documento di sintesi della riunione del gruppo "il coperchio" tenutasi il 23 novembre 2011
Un argomento molto complicato e vasto.
Il punto di partenza, come è stato per la nostra giovane Repubblica, è la costituzione.
Art. 1 “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”
Art. 3 “...È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”, focalizziamo l'attenzione su “... è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini...”
.Art. 4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”, e qui focalizziamo l'attenzione su “diritto al lavoro” come quello alla salute o all'istruzione per intenderci.
Proprio riguardo a questo è un piacere rileggere le parole del Presidente Sandro Pertini “...non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. [...]" da un'Intervista di Sandro Pertini.
Il discorso di Pertini ricalca quello che prevede un altro articolo della Costituzione:
Art. 36 “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa...”, un punto veramente importante di questo articolo è “...in ogni caso sufficiente...”, è un passaggio che, a ben vedere spazza via il cosiddetto precariato.
L'importanza di questi articoli sta nello stabilire che il lavoro non è una questine di diritto privato le cui dinamiche lo Stato possa abbandonare al mercato con l'incontro tra domanda e offerta come per qualsiasi merce o la cui contrattazione possa essere abbandonata al solo confronto tra le parti.
Dove ci sono in gioco dei diritti fondamentali previsti dalla Carta Costituzionale lo Stato ha il DOVERE di assicurarne il rispetto. La Costituzione ha stabilito molto chiaramente che il Lavoro è un diritto di ogni uomo ed è un diritto anche un trattamento economico tale da permettergli una vita libera e dignitosa.
Il precariato, il lavoro nero, la mancanza di lavoro sono tutti la negazione di diritti fondamentali. Lo Stato non può fare finta di non vedere il problema, ha il preciso dovere di intervenire su ogni aspetto per applicare quanto previsto dalla Carta.
Il disinteresse dei Governi e del Parlamento su questo tema è sconfortante.
Non si interviene per eliminare le distorsioni di un mercato che non può essere lasciato a se stesso. Quando la “merce” oggetto della contrattazione è l'Uomo e la sua dignità, quando c'è il pericolo che diritti fondamentali possano venir disattesi o compressi lo Stato DEVE intervenire con ogni mezzo economico e legislativo impedendo precarizzazione, delocalizzazioni, lavoro nero, sfruttamenti.
La visione sbagliata che sta prendendo piede è che facendo il favore dei datori di lavoro si faccia poi, nel lungo periodo, anche l'interesse dei lavoratori in quanto ci saranno più nuovi posti di lavoro. Questo discorso è sbagliato non solo perché si è oramai constatato che non risponde alla realtà ma soprattutto perché non rispetta la Costituzione.
Bisogna ribaltare l'approccio proteggendo i diritti ed applicando appieno la Costituzione si creano finalmente le basi di una ripresa che passa sempre per una ripresa dei consumi e non da altro. Una persona alla quale sono riconosciuti i diritti fondamentali, con un trattamento economico adeguato al lavoro svolto e con un futuro non precario sarà un consumatore meno timoroso.
Questa è la vera leva per una ripresa economica sana, non ampliare la possibilità di fare utili sperando in un reinvestimento interno quando si è appurato che servono solo ad aumentare i profitti personali.
Un percorso sbagliato è anche quello di chiudere un occhio, se non entrambi, verso il lavoro nero con la falsa scusa che almeno crea occupazione. E' un concetto esattamente contrario alla realtà economica. Il lavoro nero è la concorrenza sleale che fa chiudere le attività legali e in regola, che fa chiudere l'attività ai lavoratori autonomi e artigiani perché non possono competere con chi ha un decimo dei costi. In questo modo si ammazza l'economia sana e legale a favore di quella sommersa procurando danni che uno Stato non può avallare più o meno apertamente. Saltano le tutele assicurative sugli infortuni, salta ogni regola sulla contrattazione, sfuggono del tutto i redditi alla tassazione, in sintesi il mercato del lavoro e la concorrenza vengono completamente falsati e i lavoratori vengono abbandonati. Prevedere tutele economiche per chi denuncia potrebbe essere un primo passo.
La discussione non si è fermata solo alle critiche verso lo Stato e datori di lavoro ma ha riconosciuto che c'è un “male civico” che colpisce tanti lavoratori. Il male molto comune è quello che ha fatto affermare a Benigni “fare bene il proprio lavoro è rivoluzionario”. Troppi lavoratori giustificano lo stipendio con il solo sforzo di recarsi al lavoro e per il resto meno se ne fa meglio è.
Bisogna ritrovare la soddisfazione di far bene il proprio lavoro a prescindere da altro e, quando necessario, lottare per rivendicare migliori trattamenti o condizioni.
Per concludere la maggior critica va fatta allo Stato, con i suoi organi legislativo ed esecutivo, che latita nell'applicare la Carta Costituzionale in tutti gli aspetti che quegli articoli coinvolgono. Poco impegno nella lotta al precariato non legiferando per correggere questo orrore civile, poco impegno nel combattere gli infortuni sul lavoro cambiando gli strumenti oramai inefficaci a propria disposizione per un controllo efficace, poco impegno per combattere il lavoro nero, poco, anzi nullo, impegno per proteggere la perdita di posti di lavoro permettendo delocalizzazioni selvagge verso paesi in cui sfruttamento e poca protezione sindacale sono la norma.
Poco impegno nel mettere l'essere umano al centro vero della Stato. L'essere umano, che con il suo lavoro, è motore di ogni economia.
Lo Stato DEVE proteggere i propri cittadini come esseri umani proteggendone la dignità. Assicurare una vita dignitosa e la prospettiva di un futuro libero dalle incertezze ed insicurezze; solo così un Paese può considerarsi civile.

Il Coperchio

lunedì 14 novembre 2011

Debito Pubblico

Debito Pubblico
Documento di sintesi della riunione del gruppo "il coperchio" tenutasi il 09 novembre 2011

COME NASCE IL DEBITO - Quando uno stato ha bisogno di denaro commissiona l’emissione della cartamoneta alla Banca Centrale, nel nostro caso ora alla BCE. La quale stampa la cartamoneta ma non la consegna al committente facendosi pagare l’opera tipografica, bensì la PRESTA allo stato committente. Il quale dovrà restituirlo con gli interessi. La “ricevuta” in mano alla banca emittente (che è una banca PRIVATA) sono i titoli di Stato.
E questo è NECESSARIO, perché quando a garantire l’emissione di cartamoneta c’era nei forzieri la corrispettiva quantità di ORO, nessun problema: la Banca Centrale doveva solo calmierare l’emissione di cartamoneta affinché quella circolante non superasse il valore dell’oro a garanzia, se no: inflazione.
Avendo un giorno stabilito (essi… chi?) che il legame con l'oro è troppo “vincolante” per un’economia dinamica, fu escogitato questo sistema: lo Stato commissiona, l’istituto di emissione stampa e presta, lo Stato restituisce con interessi. La ragione per cui presta è che non essendoci per intero l’ORO a garantire, ci vuole qualcos’altro che garantisca e dia quindi valore reale a quella cartamoneta. Ecco la “trovata”: la garanzia al posto dell’ORO è il LAVORO, il lavoro dei cittadini che con le tasse consentiranno allo Stato di rifondere quel debito.
E purtroppo non può essere altrimenti. L’unica altra alternativa all’oro potrebbe essere solo un’altra ricchezza che sia: A) non deperibile, B) alienabile, C) non riproducibile ad libitum. Ma non l’ha ancora trovata nessuno.
Questo spiega perché si dice che quella attuale è un’economia fondata sul DEBITO.
IL DEBITO E’ RICCHEZZA per chi lo produce. Le banche hanno sfogato la loro avidità producendo debiti su debiti a tutto vapore, sino ad arrivare al risultato odierno: debito globale = 22 volte il PIL mondiale.
Un debito insolvibile all’infinito che quindi autorizza il sistema bancario a tenere sempre più sotto tallone le società moderna.
LA CATTIVITA’ FINANZIARIA del XXI° secolo - Il primo tentativo di riscatto dalla cattività delle banche è stato recentemente effettuato dagli islandesi, che dopo aver visto la proposta di ripianamento del debito (cento euro/mese per famiglia per 15 anni) hanno risposto col gesto dell’ombrello. Ma l’Islanda è un’isola lontana con soli 350.00 abitanti, non sconvolge il sistema e poi è relativamente facile mettere la sordina all’evento. Per questo i marines non sono (non ancora) sbarcati in Islanda a esportare la democrazia. Se accadrà lo sapremo solo a cose fatte.
Il buon senso suggerisce di non considerare la riproducibilità apud nos dell’iniziativa.
IL DEBITO VA PAGATO? - Un argomento che porterebbe acqua al mulino della ribellione di tipo islandese è che prestare denaro con garanzia al futuro comporta un rischio che dev’essere valutato da chi presta ed il rischio connesso ad una garanzia che ci sarà, in futuro, è altissimo: se malgrado questa dose di rischio le banche producono debito che va MOLTO OLTRE LA POSSIBILITA’ DI RESTITUZIONE, la estrema leggerezza della valutazione dovrebbe ricadere su chi produce debito, prima ancora che su chi lo contrae, senza contare che molta parte dei titoli sono posseduti da privati cittadini che utilizzano il possesso di titoli di stato come un risparmio sicuro e che da un mancato pagamento riceverebbero un danno diretto.
Quindi è estremamente difficile mettere in campo un’argomentazione del genere. Conclusione: il debito va pagato. Il problema è perciò il reperimento delle risorse.
LE RISORSE - Le risorse possono venire dalle imposte e/o dalla vendita a prezzi di realizzo del patrimonio pubblico, che non sarebbe necessariamente le caserme dismesse, ma potrebbe essere Palazzo Pitti, oppure il sito di Pompei, o la laguna di Venezia.
LE IMPOSTE - La situazione rende insufficiente la famosa legge di Petrolini: I soldi si prendono dove sono, cioè dai poveri: ne hanno pochi , ma sono così tanti….
Occorre, come minimo, una solenne legge detta “patrimoniale”, di consistenza molto, molto significativa.
E ci sarebbero ulteriori fonti.
1) Il recupero dell’evasione fiscale, che da noi è la più alta del mondo. I sistemi ci sono, ma ora è necessario che ci sia anche una volontà politica molto seria, da salvezza. Certo ci vuole tempo, ma le banche non li vogliono domattina, i soldi. Intanto si potrebbe cominciare a limitare le detrazioni fiscali (tutte) ai soli pagamenti effettuati con moneta elettronica o transazione bancaria.
2) I capitali occultati all’estero: Inghilterra e Francia hanno fatto un accordo con la Svizzera per avere nomi e cifre dei loro depositanti per tassarli, con la collaborazione delle banche elvetiche stesse, a quote intorno al 40%. C’è un trattativa in proposito anche con l’Italia, ma marcia a passo di lumaca. Occorre portarla a compimento.
3) La corruzione: una lotta efficace perché fortemente voluta, porterebbe un mare di soldi.
4) Il recupero, a titolo di risarcimento, di tutto il denaro fatturato ai comuni, regioni e province da un esercito di società di consulenza e appaltatrici di servizi, grazie ad una ricostruzione effettuata dalla Corte dei Conti opportunamente potenziata da task-force di magistrati, Polizia, Finanza e Carabinieri.
5) L’economia sommersa, sarebbe un’ulteriore grossa fonte di ricavi.

In conclusione, le risorse ci sono: occorre la volontà politica di andare a estrarle, magari considerando che la circostanza è un’opportunità irripetibile per metter mano a riforme, come quella fiscale sempre rimandate.
SINTESI - I debiti si pagano. Le risorse ci sono ma vanno estratte. Occorre la volontà politica. Dunque, una battaglia politica, da chiunque sia condotta, non può prescindere dalla necessità di un riscatto della comunità dalla cattività finanziaria del XXI° secolo.
L'IMPLICAZIONE ETICA - E’ inaccettabile che enti privati come le banche centrali, e quindi i loro vertici, guadagnino oceani di denaro solo grazie ad un meccanismo che funziona all’infinito (signoraggio).
Il meccanismo è il seguente: le banche centrali emettono carta stampata, la quale viene fatta diventare valore reale dichiarandola e accettandola come corrispettivo del lavoro; alla restituzione, nella banca centrale ritorna denaro vero, accresciuto dagli interessi, al posto della carta.
Una battaglia che merita di essere combattuta e tutta da iniziare è far diventare la Banca d’Italia, ora posseduta dalle banche italiane, di proprietà dello Stato. I guadagni di quel meccanismo chiamato signoraggio sarebbero tutti dell’erario.
il Coperchio