giovedì 26 gennaio 2012

Giorno della memoria - un ricordo

27 gennaio 2012, anniversario dell’apertura dei cancelli di Auschwitz.

Un racconto, un ricordo di Susanna:

"Nonno, non piace fare il militare"
-Non ti preoccupare, non devi farlo per forza, anzi non dovrai mai farlo. Io l'ho già fatto per te e per tutti i miei discendenti-
"Cosa sono i 'discienti', nonno?-
- discendenti... sono tutti quelli che vengono e verranno dopo di me: tuo papà, te e tuo fratello, i vostri figli e i vostri nipoti.....-
"??? ....uhmmm.. dai, nonno, giochiamo....."
Già, nel 1917, quando nacqui io, mio padre mi chiamò Vittorio, forse come buon auspicio per le sorti della guerra in atto, forse come omaggio al re, o forse in segno di vittoria, dopo tre figlie femmine..... non sapeva ancora che dopo di me ne sarebbero nate altre cinque. La vita scorre lenta e dura, qui in montagna, ma è così per tutti. Dopo il lavoro, e i relativi 10/12 km.a piedi tutti i giorni, per andare e tornare, la sera c'è da aiutare col fieno, le bestie da accudire, la legna da preparare per l'inverno..... Mi piacerebbe conoscere il mondo, e un giorno ci riuscirò. Adesso devo togliermi il fastidio del 'militare' , e poi vedremo........
....................
Non ci riuscì tanto velocemente, Vittorio a togliersi 'il fastidio' del servizio militare. Al momento del congedo, nel 1939, già soffiavano venti di guerra imminente, quindi nessuno fu congedato, ma trattenuto ad aspettare. I giovani militari furono adibiti a preparare fortificazioni e sentieri.. "a spostare pietre in val di Susa", come diceva sempre lui, con disgusto. E venne la guerra.
Per tre lunghi anni l'esercito fu il padrone assoluto, il punto di riferimento, la prigione, e ancora una volta il peggio doveva ancora venire. Dopo l'8 settembre, trovandosi nei Balcani arriva pure l'onta dello sbandamento, dell'arresto da parte dei nazifascisti, e la deportazione.
Non parlava volentieri di quel periodo, Vittorio. Lui sempre solare, allegro, amante della vita in ogni suo più piccolo aspetto, aveva rimosso, forse per non angosciare i suoi cari, e comunque non amava crogiolarsi nel rimpianto. Fortunatamente fu rinchiuso in un campo di lavoro, e non di sterminio, ma era vicinissimo a Buckenwald, tanto da vedere in lontananza l'orribile ciminiera, sempre fumante.
Ma anche così le condizioni di 'vita' in quei tre anni circa furono tragiche: il suo aguzzino, un vecchio contadino tedesco compiva su di lui ed i suoi compagni le vessazioni più crudeli: Dal fargli sputare addosso dai nipotini, alle frustate per aver osato mangiare una patata cruda.
Quando finalmente arrivò l'esercito russo a liberare lui ed i suoi compagni, nel 1945, potè finalmente intravvedere la ritrovata libertà......dopo otto anni. Di quell'esperienza si portò dietro per tutta la vita l'indelebile tatuaggio che rimase sempre molto nitido: un volto di donna e una data, 1943, e soprattutto l'orgoglio di avere 'graziato' il suo torturatore: infatti, al momento della liberazione un soldato gli mise in mano una pistola, incoraggiandolo a vendicarsi, ma lui non potè....un vecchio di 8O anni... sua moglie in lacrime...lui un giovane uomo di nemmeno trent'anni, sia pur ridotto ad uno scheletro voleva godere la sua libertà, duramente conquistata.
Quest'uomo era mio suocero. Il nonno amorevole e dolcissimo dei miei figli, Il mio principale 'maestro' di politica. Un uomo che non è mai mancato ad una manifestazione del 25 aprile, alle commemorazioni dei cimiteri di guerra, alle manifestazioni del 1 maggio. Era un compagno con uno spirito che oggi non esiste più, con una ferma convinzione per una politica dalla parte dei lavoratori, di quella classe di uomini che ci ha regalato l'Italia libera e democratica, di quelli che andavano a votare col fazzoletto rosso al collo e l'Unità in tasca, con le idee chiarissime.
A salutarlo, quando se ne andò per sempre c'erano tutti: gli ex internati, i partigiani, i Democratici di sinistra, al suono di 'Fischia il vento' e dell'Inno dei Lavoratori. A ricordare quest'uomo incapace di vendicarsi ed odiare, perchè per lui il ricordo, la memoria era voglia di lottare e lavorare per la democrazia e la libertà.

Ciao, nonno Toiu.

lunedì 9 gennaio 2012

Un nuovo pensiero de "Contadino della sua terra"

Non lo so, se non tenevo questo lavoro, chè mestiero mi piaceva a fare.

Veramente, non c'ho pensato mai, che io questo mi so' imparato e questo ho fatto sempre, dopo che, co' tanta sacrifici, e tanta mala volontà, ho finito le poche scuole che tengo....; se vi voglio essere proprio sincero, a me no' mi parevano che erano tanto poche, chè li chiamavamo superiori; ma a'i tempi di oggi, dice che so' poche.

Ma, se me lo potevo scegliere a piacere mio, mi trovavo a uno che dovevo lavorare veramente poco. Che mi potev'alzare all'orario che dicevo io; e che non dovevo tenere sempre il pensiero se pioveva o no, che il grano, come sta succedendo proprio mò, non teneva l'acqua abbastanza pe' cresce e sbucare da sott'a la terra che sta tutta asseccata, chè fa freddo, ma no' se ne viene a piovere bene.

Forse, mi piaceva a fare il finanziere.

Così, penso io, tenev tant'amici e mi conoscevano tutti quanti. Mi facev nu bell programma di lavoro per un mese sano e me lo decidevo io come me lo dovevo fare.

Certo, mo' che ci penso, i finanzieri non li stanno tanto simpatichi alle persone che lavorano: dicono che li danno fastidio, che so' cattivi; che, se si mettono, 'na cosa che no' va bene te la devono sempre trovare.

Io no. Se tenevo la fortuna di tenere questo mestiere, che stai sempre vestito bello e pulito, mi facevo volere bene da tutti quanti. Mi alzavo col comodo mio, mi prendevo un cappuccino co'la brioscia, che dicono tanto che fa bene a fare 'na colazion'abbondante, no io, che mi prendo solo il caffè, scappando scappando e mi mett'a fumare dalla mattina di notte; mi aprivo l'elenco del telefono e accominciavo, dalla prima lettera, a farmi un giro per tutto il paese, che, tanto, è un lavoro che lo potevo fare pure da solo, di tutti quelli che tengono un negozio o 'na fabbrica o 'na machinona, senza lavoro.

Mi mettevo vicin'alla cassa, tanto per esempio, e mi mettev'a guardare. La sera, insiam' al padrone del posto che ero andato, vedevamo i scontrini di tutto il mese prima. Lo salutavo e me n'andavo.

Il giorno appresso, andavo dal sindaco, o da quello che deve vedere se i cristiani pagano le tasse che devono pagare, e ce lo dicevo, chè era uscito fuori.

Se ricapitava, tanto per dire una cosa che mi viene più prima, che 'na gioielleria diceva che guadagnava uguale a un finanziere semplice, presempio, io dicev' al sindaco di chiamare a quattro giovani che stavano senza lavorare, di imprestarli un poco di soldi, che poi ce li davano indietro a poco a poco, e di farli andare alla gioielleria, a dire al padrone che se la compravano loro, chè li dispiaceva che si doveva stare tutta 'na giornata là dentro, senza guadagnare niente. E lo offrivano 'na cifra che era il triplo che lui dichiarava dentr' diec'anni. Se diceva di si, va bene.
Se diceva di no......

Mò me ne vado a dormire, chè era troppo bello che facevo il finanziere.

Contadino della sua terra