giovedì 19 aprile 2012

Va' Pensiero ...

Va' pensiero .....

E’ stato sufficiente che Berlusconi anziché attaccare la magistratura attaccasse i tacchi dei suoi stivali al chiodo per far scoprire che nessuno è più in grado di parlare di politica in Italia. Non che con lui si parlasse di politica, tutt’altro, con la sua discesa in campo la cultura della politica si è ridotta all’affarismo, all’opportunismo, allo sfruttamento delle occasioni per chi fosse investito di cariche pubbliche ricoperte.

Abituati a tallonarlo su terreni a lui congeni(t)ali, quali il sesso con minorenni, i festini bunganali, i processi alle intenzioni, le prescrizioni metriche (brevi), i lodi al pettine, le barzellette, le compravendite di parlamentari, ecc., l’intera classe politica ha perso l’abitudine a discutere di vera politica e quando è giunto il momento di farla si è ritrovata impreparata, inciuchita, nuda di fronte ad argomenti di economia, giustizia sociale, sacrifici, debito pubblico, ecc.

La facilità con cui tutti i giorni nei talk-show si riusciva a parlare animatamente per ore delle ciarlatanate e delle farse dei vari Scilipoti, Mussolini, Santanché, Scajola, Stracquadanio, Bocchino, Carfagna, ecc., allorquando tutto questo materiale avariato è stato buttato nel cassonetto ed è subentrato Monti al posto di Berlusconi, i talk-show hanno smesso di avere audience in quanto era giunto il momento di parlare di cose serie, di rimboccarsi le maniche e salvare il Paese che era andato a puttane, a farfalle, a diamanti e a linguotti.

La parola spread aveva preso tutti in contropiede tanto da far fare figure barbine a deputati e senatori che erano invitate a dare delle spiegazioni, meno Monti che veniva da Bruxelles e nel suo bagaglio tecnico erano ben noti i significati e i rimedi per la recessione, i pareggi di bilancio, l’inflazione, il P.I.L, la contro-tendenza, il rimbalzo tecnico e tutti quei termini economici perfettamente espressi in lingua inglese.

Ahimé, tutti i politici hanno cominciato ad annaspare e per non fare brutta figura, i più ciucci, gli incompetenti che erano entrati in politica per aver mostrato cosce o seni, indossato abiti da suora, per aver dimostrato di saper dire parolacce in pubblico, o per essere stati appoggiati dalla mafia, sono spariti dalla circolazione, e gli unici ad apparire in televisione sono stati i segretari dei partiti che hanno dovuto rappresentare la loro classe dirigente.
E mentre Di Pietro e Bossi hanno scelto di fare opposizione, Alfano, Bersani e Casini si sono affidati a Monti in quanto anche loro non erano granché competenti su cosa fare per salvare il Paese sull’orlo di una crisi drammatica.

Monti ha iniziato con il suo trattore a disegnare il percorso di guerra e nessuno si è permesso di aprire bocca o approcciare delle critiche al suo operato per non essere tacciato di qualunquismo, populismo o altro. Si parlava come si parla con i bambini quando non vogliono mangiare la minestra: “O ti mangi sta minestra o richiamo Berlusconi” e tutti hanno preferito mangiare la minestra. Poi sono arrivati altri provvedimenti restrittivi e la gente ha cominciato a borbottare prendendosela con i rappresentanti dei partiti di riferimento che continuavano ad accettare ed approvare i provvedimenti di Monti senza un cenno di critica. Il momento più drammatico che ha fatto esplodere l’anti-politica o la non-politica è stato quando di fronte agli scandali della Margherita e della Lega per l’uso dei rimborsi elettorali, i tre dell’ABC hanno insistito che non si può rinunciare ai soldi che lo Stato eroga ai partiti e nello stesso tempo non arrivavano segnali di tagli ai privilegi della classe politica. In più non si avvertivano segnali di miglioramento della crisi economica.

Chi però ha subito il maggior attacco da parte dell’opinione pubblica è stato Pierluigi Bersani che rappresenta il maggior partito dei lavoratori, pensionati e disoccupati, mentre Alfano e Casini non sono stati attaccati dalle critiche in quanto il loro elettorato è composto da gente che non soffre la crisi ed ha margini per continuare a divertirsi.

A questo punto la figure preminenti del quadro politico sono soltanto due: Monti e Bersani. Il primo è quasi intoccabile sia per carisma sia per competenza oltre a non avere un suo elettorato o partito politico. Rimane Bersani che si sta sorbendo il malcontento di tutto il Paese.

Cosa avrebbe dovuto fare Bersani per non diventare il bersaglio di tutti ? Avrebbe dovuto cacciare Penati dal PD prima che la Lega lo facesse con i suoi, inoltre avrebbe dovuto imporre una revisione immediata dei privilegi dei politici e la sospensione dell’ultima tranche dei rimborsi elettorali invitando i propri militanti ad aprire una sottoscrizione straordinaria per la copertura dei 43 milioni di euro di passivo. Invece Bersani ha optato per la connivenza con gl’incolori Alfano e Casini senza distinguersi per qualche gesto di sinistra.

Salva Tores

giovedì 5 aprile 2012

Lettera ad un Compagno ferito

Caro Compagno Mario,
sfogliando il calendario del popolo , mi sono per l’ennesima volta letto la lettera di Mario Rigoni Stern all ANPI di Treviso
<<compagni,sì, compagni, perché è un nome bello e antico, che non dobbiamo lasciare in disuso>>
Cum Panis che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza, con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze.È molto più bello compagni che camerati, come si nominano coloro che frequentano lo stesso luogo per dormire, o anche di commilitoni, che sono i compagni d’arme.
Ecco, noi della Resistenza siamo compagni, perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche insieme vissuto il pane della libertà, che è più difficile da conquistare e mantenere.
Oggi, che come diceva Primo Levi, abbiamo una casa calda e il ventre sazio, ci sembra risolto il problema dell’esistere e ci sediamo a sonnecchiare davanti alla televisione.
All’erta compagni!
Non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza.
Meditiamo su quello che è stato e non lasciamoci lusingare da una civiltà che propone per tutti autoveicoli sempre più belli e ragazze sempre più svestite. Altri sono i problemi della nostra società: la pace, certo, ma anche un lavoro per tutti, la libertà di accedere allo studio, una vecchiaia serena; non solo egoisticamente per noi, ma anche per tutti i cittadini.
Così nei principi fondamentali della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.
Vi giunga il mio saluto, compagni dell’ANPI, e Resistenza Sempre.
Allora la mia mente è andata a mio Padre ed a mio Nonno alle parole di mio Padre che mi raccontava di tempi antecedenti la 2° guerra ,la vita di Suo Padre , tempi duri vita dura . Il tempo era scandito dalle stagioni dai lavori nei campi arare seminare e sperare nel buon tempo . Mi raccontava , mio Padre che a quei tempi era in uso presso le famiglie di ogni censo e ceto sociale , portare di persona o fare portare dai servitori gli abbienti , il pane a cuocere al forno , al fono di mio Nonno “ Dulfu l’ furné “ ( Adolfo il fornaio ).
Mio Padre mi raccontava che mio Nonno aveva iniziato a lavorare da bambino a Torino , dove vi erano le più famose scuole di panificazione , a dai suoi 14 anni in poi salvo lo spazio della grande guerra e trovare moglie , altro non aveva fatto che lavorare alla “ bocca di un forno “. Le uniche Sue divagazioni erano poche ore rubate al riposo per la sua fede Socialista. Essendo un ottimo fornaio era conteso perla sua capacità sia come panificatore che come pasticcere era famoso per i panettoni i biscotti da intingere nel latte ed i grissini all’olio stirati ed infornati uno ad uno.
Torino pagava bene chi sapeva lavorare e a Torino c’erano i ricchi e mio nonno era un vero artista faceva il pane a mano impastando e formando le pagnotte “ L’Michi d’pan “ una per mano! La Sua bravura il suo lavoro in città gli consentirono di accumulare un tanto da comprare un piccolo forno tutto suo , e poi uno più grande nel paese dove poi trovò la sua compagna, mia Nonna “ Giuanina d’Dulfu “ ( Giovanna di Adolfo ).
IL pane era portato su tavole apposite appoggiate sulla testa , e la quantità di pane era la misura dello stato di benessere di una famiglia, di quanta terra aveva e braccia per coltivarla. C’erano famiglie che atavicamente vivano nell’abbondanza, avevano i “ famei “ i famigli i servitori , che si contendevano il lavori di prestigio, per avere le grazie del padrone, che se era un bravo cristo , li teneva nella cascina ed il loro lavoro passava ai loro figli e via così, diversamente, quando erano esausti e vecchi , venivano allontanati, perché di “ peso “ e messi alla porta e a carico dei loro figli, poveri dalla nascita, che campavano con il salario dei lavori da “giurnalié “ ( i giornalieri ) poveri su poveri … il cassetto della madia dopo il pasto, sempre vuoto!
Il Pane! era tutto.
La vita era basata dai rintocchi del campanile della chiesa che segnava le ore due volte per ogni ora --- << rin-tocchi >> piccola parentesi rintocco significa , tocco ripetuto ? … ecco spiegato, almeno a me il perché, il campanile “ suona, batte, tocca col batacchio la campana 5 minuti prima dell’ora ed una seconda volta “tocca“ la campana per scandire l’ora, a tutti quelli che al primo rintocco, presi dalla foga del lavoro non capivano alla prima volta l’ora, che poteva indicare o una pausa o la sosta per il pasto o il termine del riposo dopo il consueto pane e qualche cosa innaffiato con vino diluito.
La fine del lavoro spesso era dato dalla luna , se piena bella tonda e grande, zappavano ancora, e poi sia per stanchezza che per la notte che calava facevano ritorno a piedi nudi, le scarpe solo in prossimità del paese … Vita dura, ogni famiglia basava la sopravvivenza e l’autonomia con appezzamenti destinati alla funzionalità della microeconomia familiare, appezzamenti destinati al seminativo, per le granaglie, poi quelli per il foraggio dei buoi e degli animali da cortile, un vigneto con alberi da frutta ai capi dei filari ed un lotto di bosco ceduo lungo il torrente Belbo, per il legname da ardere sia per cucinare che per riscaldare la casa. Vita dura, ma non vita di isolamento, vita di Borgo, il “ borgo piazza“ "il Borgo aie” “al boergh di chi da nita “ ( il borgo dei culi da fango, detti così perché borgo sotto il livello del Belbo e quando esondava, dai suoi argini, allagava sistematicamente le case lasciando al ritiro delle acque il “ fango“ nita). Nei borghi si aveva la vita di relazione, la sera, le famiglie si ritrovavano nella stalla di uno della borgata, sia per avere compagnia, che per fare un po' di risate sulle cose più banali (ai nostri occhi) e, vuoi per avere del caldo gratuito, emanato dai buoi, il tutto al lume di un lumino ad olio, dove le immagini erano come un quadro di Van Gogh … i bambini giocavano o si addormentavano sulla paglia o nel fieno oppure ascoltavano come incantati storie tramandate da generazioni storie da paura o da gioire …
Stavo raccontando questo spaccato di un tempo ormai lontano, dimenticando l’inizio del mio discorso, ma evidentemente la parola Compagno “Con Pane“ mi ha fatto ripercorrere la storia di mio Nonno, e l’origine del chiamarsi Compagni la condivisione dei sacrifici e della gioia e … l’essere Compagno, di mio Nonno che, ai più abbienti, in quei tempi di fame, quando il pane era la base dell’alimentazione e spesso era il “pasto“ pur di averne! ... ebbene raccontava mio Padre che Dulfu l’ furné, agli abbienti, a quelli che un pane in meno non pregiudicava certo la settimana, se volevano che gli venisse cotto il loro pane, una “micca“ la dovevano lasciare in una cesta a sostegno dei meno abbienti e meno fortunati.
Grazie Mario! per i avermi fatto un po sognare!

Adolfo