lunedì 7 gennaio 2013

La Befana custode

Stava, sopra a una collinetta, a destra, dell’ultima curva a sinistra, che devi fare, quando vieni dal paese, per arrivare alla terra mia, una casetta, che, a me, che ero un bambino, mi sembrava un castello, sopra a una montagna.
Io, che mi piaceva a vedermela bene bene, mi mettevo sempre sul sedile di dietro della seicento, dietro a mia madre, così, pure dopo che avevamo passato la curva, mi potevo mettere in ginocchio, per guardare dal vetro di dietro.
Qualche volta, mi ricordo, come se fosse mò, sbattevo la capa vicino a qualche cosa e mia sorella, che si metteva sempre in mezzo, si lamentava co’ mia madre, chè la davo fastidio, se perdevo l’equilibrio e andav’a sbattere sopr’a lei.
La colpa, però, era della strada, che non teneva l’asfalto, e stava piena di buchi, specialmente se ti trovavi a passare dopo che aveva piovuto e l’acqua non te li faceva vedere bene, pure se mio padre la sapeva a memoria, ma con la macchina, che tiene quattro ruote, non era possibile che non andavi a finire dentro a nemmeno a uno.
La chiamavano la strada della fame, perché, tant’anni fa, da là, passavano tutti i zingari e l’altri disgraziati, che, diceva mio padre, non si finivano mai e, nemmeno, nessuno lo sapeva, dove se n’andavano.
Mò l’hanno cambiata il nome e la chiamano la strada del sole, che è un nome più bello, ma sempre ‘na schifezza di strada rimane, perché, pure che l’hann’asfaltata, sembra nu serpente grigio, in mezzo alla terra, che non si sta fermo nu mument e, se non ti stai accorto, spacchi i semiassi, che, a quanto costano i meccanichi, ti sei guadagnato ‘na bella giornata. Però hanno fatto bene, perché, veramente, per fortuna, tanta morti di fame non si vedono più, anzi, io non l’ho visti mai, perché esistevano prima che nascevo io, e il sole è proprio forte, specialmente se vai la stagione, quando, nella terra, ci sta da lavorare più assai, e non si può sopportare, tanto che è forte.
Poi, i zingari, che non lo so, se erano tutti zingari, ma così li chiamavano tuttu quanti, hanno incominciato a passare coi sciarabballi, poi co’ i mercedes neri vecchi, che facevano un sacco di rumore e di fumo, poi co’ certe rulott, che mi sembravano come a una casa, e mo’ non passano proprio più, perché, si vede, che la fame non ci sta più, ma il sole è diventato peggio di prima, anche se io penso che è uguale, solo che noi ci siamo abituati all’aria condizionata e non lo sopportiamo più e diciamo che il tempo è cambiato e che, prima, non era così forte, ma, so’ sicuro, non è vero; ma, coll’anni, che passano svelti, e lo stomaco più pieno, non ce la facciamo più.
Mi ricordo, che, tutti i santissimi giorni, si fermavano a domandare se li potevamo dare un poco di grano o di un’altra cosa qualsiasi, chè, se no, non se n’andavano, e ci stava da lavorare, e non potevi perdere tempo, e, che, ‘na volta, mio padre ha preso il fucile, ma lo teneva sempre scarico, chè si era stufato, e quelli se ne son’andati subito, chè erano passati solo a salutare, tanto che stavano abituati a passare da là.
Alla casa sopra alla collina, però, non si poteva arrivare, da quella strada, e infatti, non lo so perché non ce l’ho domandato mai, a mio padre, da dove si saliva; può essere, che, nel ragionamento mio di bambino, mi sembrava che ci doveva stare una via segreta e, vai a capire chè pensano i bambini, che si credono che ci stanno pure le cose magiche.
Stava, infatti, un tratturo, dall’altra parte della collinetta, che si poteva vedere, pure, solamente da una posizione, nella terra mia; chè ci stavano certi alberi, che poi l’hanno tolti, che non ti facevano vedere bene, e non lo vedevi, se non lo sapevi, piccolo, che una macchina si capava a forza, e non sia mai che veniva una di fronte, stavi fregato e una se ne doveva andare a retromarcia ed era anche, un poco, pericoloso.
La padrona era una vecchierella piccola piccola, che rideva sempre e li piacevano assai i bambini. Il marito era morto tant’anni prima e lei stava da sola, co’ un fratello ancora più vecchio di lei, cecato, che passava tutta la giornata a fre sott’e sopra, con la mana attaccata a un filo di ferro, che la signora l’aveva messo, co’ due paletti di legno, a una distanza di una ventina di metri, l’uno dall’altro, e, così, passava il tempo. Poi, tant’anni più tardi, ho saputo che era morto, chè se n’era andato dentro a fosso grande, che mo’ non c’è più, ma me lo ricordo, perché aveva lasciato la mano e non era stato capace più di ritornare a quel filo di ferro, dove passava l’anni suoi.
A me, e pure a mio fratello e mia sorella, ma a tutti i bambini dei contadini là vicino, chè, prima, stavano un sacco di bambini, mi piaceva a andare da lei, perché ci dava sempre molte caramelle e, qualche volta, pure qualche cioccolata, e perché tuttu quanti, pure i grandi, la chiamavamo la befana.
Un giorno, stavamo giocando tutt’e tre, io e i miei fratelli, che siamo quasi della stessa età, coi gattini piccoli, che stavano fuori; a un certo momento, mia sorella, che so’ sempre le femmine a incominciare, s’è allontanata un poco ed è salita sopra a un coso di cemento, dove stava una lamiera fina fina e tutt’arrugginita, e s’è mess’a cantare ‘na canzoncina, che non mi ricordo quale era, e a saltare per fare rumore, che si era fastidiata di giocare co’i gattini; mio fratello, che loro so’ gemelli, subito, m’ha lasciato da solo, chè si mettevano sempre contr’a me, ed è andato sopra a quel coso e si sono messi a fare una specie di giro giro tondo.
Io, e pure i gattini, devo dire la verità, a un certo punto, ci siamo scocciati pure noi; tre o quattro se n’erano già andati per i fatti loro e due, che erano rimasti, mi sembrava che se ne volevan’andare, che pure loro erano tutti gemelli.
Allora, mi so’ avvicinato anche io e stavo per salire, quando, da dietro, senza che nessuno di tutt’e tre l’aveva vista, che stava venendo, e non me lo so spiegare ancora adesso, com’ha fatto, la befana, che aveva lasciato di parlare con mio padre e con mia madre, m’ha messo una mana sopra la spalla, per farmi stare fermo e, svelta svelta, ha preso in braccio, una co’ una mana, uno coll’altra, a quell’altr’e due e l’ha fatti scendere. Nel frattempo, era venuto pure mio padre, che stava bianco, come se aveva visto un fantasma, che tolse la lamiera, da sopra a quel coso, che era un pozzo, profondo più una decina di metri, praticamente, senz’acqua, e ci fece vedere, a uno a uno, in braccio a lui, quel buco, che era, giusto giusto, la misura nostra, che facevamo il giro tondo.
E, ogni sei di gennaio, io penso sempre a questo fatto, che se non esisteva la befana, poteva essere che io, mò, non stavo qua.

Contadino della sua terra